Sabato 7 ottobre 2023 h 14-17 abbiamo facilitato questa laboratoria come transterritoriale Corpi e Terra all’assemblea nazionale di Non una di meno a Firenze
Titolo: “Guerre sui corpi, strategie per alternative possibili”
Presentazione della laboratoria e sue finalità
La laboratoria “Guerre sui corpi” aveva l’obiettivo di demarginalizzare e degerarchizzare oppressioni fondamentali alla vita del Dominio, con l’obiettivo di costruire analisi, prassi e reti sempre più intersezionali e, quindi, sempre più forti e resistenti.
Ci riferivamo alla guerra sul corpo terra ed a quella sui corpi delle soggettività di ogni specie solitamente non considerate nella lotta contro la violenza patriarcale di genere.
Volevamo visibilizzare e parlare di violenza carceraria, di CPR, di colonizzazioni e di colonialità, di meridionalismo, di estrattivismo, di distruzione dei territori in nome delle grandi opere inutili e del profitto, del silenzio istituzionale sulla crisi climatica globale (se non per guadagnare, con dell’ottimo greenwashing e la transazione $cologica).
Volevamo parlare di guerre di occupazione, di guerre contro i popoli originari, della repressione totalizzante sui pensieri, le azioni ed i corpi dissidenti, della violenza delle norme eterocis e abiliste e della violenza specista che insegue, reclude, ingabbia, mutila, caccia, umilia, uccide e smembra le soggettività oppresse dalla norma di specie.
Volevamo focalizzarci sulla repressione che subiscono i corpi che resistono e si sottraggono alle norme di questo sistema, per trovare pratiche collettive e costruire strategie che contrastino con il Potere dominante, cercando di dare forma, innanzitutto, all’immaginario che vogliamo. Una società fondata sull’autodeterminazione nelle relazioni interspecie
Metodologia:
Parte 1 : presentazioni e socializzazione delle persone partecipanti
Ogni persona che ha partecipato ha disegnato un fiore di quanti petali voleva fosse composto. All’interno di ogni petalo ha scrivtto il nome con cui vuole essere chiamatə, pronomi e desinenze da usare, alcune parole da cui si sente rappresentatə e che ha voluto condividere nella presentazione al gruppo.
Da queste presentazioni condivise è emersa la nuvola di paroleche fa da copertina a questo articolo e che è anche l’immagine che trovate alla fine dell’articolo
Parte 2: Lavoro in gruppi
A partire dalla condivisione delle domande che avevamo proposto ci si è divisi in gruppi di lavoro per facilitare al massimo la partecipazione riducendo lo stress dell’intervento nel grande gruppo di persone che magari si incontrano e lavorano insieme per la prima volta. Ogni gruppo ha scelto e lavorato su una delle 5 domande per dare più tempo per approfondire i vari sguardi proposti. Ogni gruppo si è dato una persona di facilitazione per riportare i contenuti nella plenaria finale che è stata solo di comunicazione in quanto il tempo a disposizione era finito.
Dai report dei vari gruppi è nato questo report finale la cui stesura è stata collettiva (lavoro in un pad) per dare la possibilità di integrazione da parte delle persone che hanno partecipato nei vari gruppi
REPORT FINALE
SINTESI DI TUTTA LA LABORATORIA
Assunzione di pratiche per costruire un immaginario che non comporti tortura, sfruttamento, uccisione e sovradeterminazione per tutte le “persone” di qualunque specie (corpi e menti) e dei territori tutti, contrastando i concetti e le pratiche di dominio e di produttività al servizio del profitto del tornaconto antropocentrico.
Gruppo 1. Quali le pratiche di movimento per riconoscere le diversità/molteplicità di soggettività e pensieri, rispettarne le pratiche, evitare l’invisibilizzazione e favorirne l’espressione?
In questo gruppo si sono espressi diversi punti di vista e sono state proposte queste pratiche per contrastare invisibilizzazione, marginalizzazione ed esclusione o autoesclusione di marginalità e diversità delle soggettività che sono tutte parte di questo movimento:
- ascolto attivo e messa in discussione costante;
- non dare nulla per scontato o assunto, non sentirsi mai arrivat perchè non c’è nessun traguardo da raggiungere ma una costruzione collettiva del futuro;
- Educarci, non educare ma comunicare;
- rivalutare il conflitto come pratica di cura e non come una sconfitta o una pratica sbagliata;
- riconoscere i nostri privilegi e metterli costantemente in discussione;
- rielaborare linguaggio e slogan tenendo conto delle diverse soggettività del movimento in modo che tutt si sentano comodə;
- autoformazione con pratiche collettive, aperte e partecipate, e strumenti motivanti: zine, documenti, articoli, letture collettive, autonarrazioni, partire da sé, contronarrazioni;
- pensare sempre che ogni punto a cui arriviamo é punto di partenza per ulteriori transformazioni;
- pasti vegan sempre in ogni evento come pratica che promuova e concretizzi l’assunzione reale del privilegio di specie e la sua messa in discussione;
- dare spazio alle lotte troppo spesso invisibilizzate che trattano di HIV, di infezioni sessualmente trasmissibili, di liberazione sessuale, dei comportamenti odianti rispetto a persone grasse, magre, disabilizzate, razzializzate, trans, psichiatrizzate.
Gruppo 2. Il terricidio continua tramite occupazioni e sfruttamenti di territorio e corpi da parte di stati padrone e multinazionali, attraverso i miti di sviluppi sostenibili e green che si trasformano in ulteriori devastazioni. Che fare?
- mettere in discussione la retorica del lavoro da difendere ad ogni costo anche quando produce disastri ambientali oltre che ripercussioni nelle nostre vite (morti sul lavoro, ricadute sulla salute mentale e fisica, spostamenti non desiderati o anche permanenze difficili, sfruttamento sottopagato, ricattabilità). Lavorare meno, lavorare meglio;
- reddito di libertà contro la normalizzazione e l’accettazione dello sfruttamento come unica possibilità di vivere il lavoro;
- contrastare terricidio ed estrattivismo e lavorare ispirandosi, supportandole, alle lotte dei popoli originari individuando nei nostri territori le responsabilità da colpire;
- Promuovere e diffondere analisi, approfondimenti e soluzioni ad un sistema alimentare non più accettabile e normalizzabile, reponsabile di disastri e violenze su tutti i corpi, sia di chi lavora nel sistema alimentare sia dei corpi sfruttati, uccisi e “mangiati”, contrastare le monocolture anche nei nostri territori e facilitare le piccole comunità di autoproduzione e sopravvivenza, gli acquisti a km 0, le produzioni e coltivazioni con meno impatto possibile, combattere l’uso di agenti chimici, visibilizzare la correlazione tra produzioni e inquinamento di terre e falde acquifere;
- combattere negazionismi e comportamenti violenti normalizzati partendo dal mito delle tradizioni alimentari ma non solo. Mai stare zittu! Lamentiamoci, critichiamo e parliamo sempre anche con le persone che lavorano con noi, con i nostri gruppi di relazione, negli spazi che attraversiamo. Comunicare quindi sia a livello collettivo che individuale;
- Costruire pratiche e azioni per contrastare l’informazione dominante e produrre autonarrazione.
Gruppo 3. Come riattivare quella rete di saperi, contaminazioni, apprendimento e lotta a livello transterritoriale? Come riattivare la comunicazione tra transfronterizes e altre reti che si sono create?
- Rispetto alle migrazioni acquisire uno sguardo a 360 gradi che visibilizzi chi arriva ma anche chi parte. Molte persone si trasferiscono dall’Italia per lavorare all’estero e cercare condizioni migliori di vita e lo fanno con il privilegio di poter scegliere mentre e molte altre persone sono costrette a muoversi verso la parte “più ricca” del mondo sia per la propria sopravvivenza sia per inviare sostegno a chi resta e resiste nei territori di provenienza
- costruire una rete di attivistu del movimento che agiscono nelle varie geografie con azioni politiche che coinvolgono sia la geografia di accoglienza sia la geografia d’origine, sostenedolə, diffondendone ed accogliedone le istanze (esperienza della marea granada del 15M in Spagna);
- riattivare le reti a livello transterritoale e transoceanico (rete Transfronterizes, women strike) e la mailing list transnazionale anche chiedendo alle varie assemblee di rinnovare la loro partecipazione. Affrontare il tema della facilitazione della comprensione di lingue diverse anche utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione (camere di traduzione nelle all on line, etc..) Usare sempre programmi che consentano la sottotitolazione per la traduzone LYS
- riattivare il gruppo traduzioni di NUDm per tradurre sia i nostri documenti che quelli che ci arrivano
- attivare spazi radio per facilitare l’ascolto di voci di altre geografie (TRANSfemmINonda, QUEERzionario)
- Facilitare anche lo scambio tra pensieri marginali dei movimenti di altre geografie senza fermarci alle generalizzazioni dei pensieri “unici” inesistenti nei movimenti. La traduzione che abbiamo fatto come C&T dell’opuscolo sul cisessismo scritto in Argentina da Ese Montenegro sul percorso che ha portato all’approvazione della legge sull’aborto dal punto di vista di un attivista trans ne è un esempio.
Gruppo 4. Quali fili di trasversalità e intersezione uniscono le lotte contro ogni gabbia, recinto, muro e confine? Come si legge e concretizza lo sguardo transfemminista dell’antispecismo,della lotta anticarceraria antipunitiva e della lotta decoloniale?
Questo gruppo di lavoro si è occupato dell’analisi e della ricerca di soluzioni concrete per crare un’immaginario e una realtà che sia intersezionale, transefemminista, antispecista, anticarceraria e decoloniale, con l’obiettivo di abbattere ogni muro, confine, gabbia.
Una gabbia, un confine può non essere necessariamente fisico, uno strumento per intrappolare corpi: anche le categorie sociali imprigionano e isolano ai margini. Margini che possono diventare spazi di resistenza, di produzione di sapere, di comunità, ma che in quanto “margini” rispetto ad uno spazio-centro-norma sono il risultato di dominio ed oppressione, spazio di invisibilizzazione e autoinvisibilizzazione.
Un movimento transfemminista intersezionale non può trascurare, ulteriormente marginalizzare, non considerare nelle sue proprietà la liberazione dei corpi tutti. Dobbiamo rompere i binarismi e le norme che proprio il sistema di oppressione eterocispatriarcale contribuisce a creare, con le gerarchie che ne conseguono e che persistono in noi. I nostri discorsi presentano un enorme rimosso se non considerano la liberazione dei corpi non umani: (soprav)viviamo in un regime specista, patriarcale e coloniale in cui tutti i corpi e le soggettività non conformi subiscono un processo di des/oggettivazione, frammentazione e consumo – vengono cioè animalizzati. Chiunque, umano o meno, può essere potenzialmente allontanato dal polo umano verso quello animale e venire posizionato in una gerarchia di corpi più o meno sacrificabili. Questo avviene anche attraverso un linguaggio che diventa strumento per poter marginalizzare, confinare, sfruttare, ingabbiare, uccidere.
Tutto quello che non è conforme alla norma, che non è utile ad un sistema produttivo e riproduttivo, tutto ciò che può far tremare il Potere viene ingabbiato e soffocato, attraverso una repressione spietata. Si è evidenziato l’uso di “minaccia terrorista” e/o “politiche e narrative securitarie a giustificare l’alto livello di sorveglianza e dispiegamento di forze di polizia, l’isolamento di soggettività dissidenti attraverso processi di psichiatrizzazione e reclusione in carceri e CPR. Le gabbie tutte e le esclusioni isolano le persone ai margini rendendole “altro” rispetto alla norma: creano un dualismo, noi e loro, da cui la narrazione dominante ci spinge a credere di doverci difendere.
Anche gli spazi pubblici diventano pericolosi per moltu, diventano spazi attraversati da confini, barriere e muri, visibili e non, che ne impediscono l’attraversamento: persone femminilizzate,trans, queer, disabilizzate, neurodivergenti, razializzate, , senza i documenti “giusti”, persone povere, persone senza casa, persone di altre specie e tutti i corpi ritenuti non decorosi o non conformi alla norma.
Troviamo necessario costruire un immaginario, una comunità multispecie senza domini e sfruttamento, attraverso diverse pratiche:
- desideriamo intraprendere percorsi individuali e collettivi di decostruzione che ci portino a coscientizzare i privilegi di cui beneficiamo, per dismettere i panni dellu oppressoru e vestire quelli dellu alleatu. non solo per non agire i nostri privilegi come strumento di oppressione, ma per mobilitarli facendo di noi stessu vettori di resistenza e complicità
- desideriamo avviare un discorso sul punitivismo all’interno del nostro movimento, per utilizzare e creare altre pratiche di cura e di trasformazione, che si oppongono e non si avvalgono della falsa illusione di sicurezza che ci vuole inculcare un sistema-stato autoritario e carcerario. Desideriamo avviare pratiche di giustizia trasformativa che portino beneficio a tutta la collettività e che abbiano cura di tutte le persone coinvolte
- desideriamo lavorare su percorsi di educazione, formazione e autoformazione, perchè vogliamo conoscere i saperi e portare avanti una narrativa che si oppone alla norma occidentale, bianca, borghese, eterocis, abile, specista e che promuove un modello conforme di corpo.
- desideriamo portare avanti pratiche di cura e pratiche decoloniali, che rompano i binomi e le categorie cartesiane create da un sapere razionale occidentale, che si mettano in ascolto dei saperi che provengono da tutte le geografie e da tutti i margini per creare legami di alleanza e complicità
Gruppo 5. Come mantenere quell’orizzonte antagonista e ribelle nel cammino della difesa dei diritti ma soprattutto del #moltopiù che caratterizza gli slogan del nostro movimento?
Concetti cardini su cui si è discusso in questo gruppo:
- Mantenere un orizzonte antagonista e ribelle anche nei processi per la difesa e l’allargamento delle lotte per i diritti utilizzando quel che si possono simbolizzare nei #moltopiù del nostro movimento, e chiedendoci sempre di quali diritti stiamo parlando e chi ha il privilegio di beneficiarne e chi no. Non lasciare indietro nessun.
- Pratiche che determinino resistenza e alzino i livelli del conflitto avendo cura e consapevolezza della loro preparazione, delle conseguenze che possono comportare a seconda dei diversi livelli di esposizione individuale.
- Reddito di libertà come fondamento di ogni possibile processo di autodetermninazione, partecipazione reale e di costruzione di alternative.
- azioni di contrasto al cambio climatico in atto e al terricidio che siano antagoniste al sistema politico-economico e sociale in cui viviamo.
- espansione di presenze sui territori (consultori, rifugi, accompagnamenti, sportelli autogestiti o gestiti da enti) in cui la visione transfemminista possa affermarsi, anche con crowfunding e casse comuni per gestirne l’espansione.
- Fare rete tra movimenti e collettive fuori e dentro NUDM.
- Organizzare team legali e finanziari di supporto per chi mette il corpo in azioni dirette rispetto agli obiettivi che ci poniamo ed è colpito dalla repressione non solo fisica ma anche amministrativa (denunce, multe, etc)
- Necessità di formazione alternativa per tutte le persone che lavorano nei vari settori per intervenire e superare nei luoghi di lavoro qualsiasi discriminazione di genere a livello di linguaggio, di pratiche, di rappresentazioni ma anche per ampliare conoscenza e possibilità di intervento qualora il sistema dominante rifiutasse la cura ad alcune soggettività.
- Protocolli di rispetto delle diversità e della loro valorizzazione assumendo consapevolezza dei privilegi in un orizzonte decoloniale, antirazzista e anticlassista.
- Libertà di vivere autodeterminandosi rispetto a salute, cura, lavoro e non lavoro.
- Rivendicare l’utopia, il desiderio ed il sogno di costruire un mondo diverso basato sul rispetto e l’autodeterminazione di tutte le soggettività esistenti.


