Assemblea Transterritoriale Transfemminista Antispecista NON UNƏ Dİ MENO

Profitti e privilegi: dall’intreccio dei domini alle intersezioni delle lotte

Come assemblea transterritoriale Corpi e Terra di Non unə di meno abbiamo partecipato con una laboratoria al controfestival organizzato da Animali politici a Mantova il 17 maggio 2024
Nella laboratoria, partendo da un posizionamento intersezionale e transfemminista, abbiamo esaminato la questione animale attraverso i concetti di cura, consenso, vulnerabilità, binarismo di genere e le pratiche messe in atto dall’industria per incentivare il consumo di carne e derivati animali evidenziando il tema della resistenza animale, i suoi legami con la questione carceraria  e focalizzandoci, da una prospettiva decoloniale, su una visione di  ascolto delle soggettività ritenute incapaci di scrivere la propria Storia.  L’industria dell’oppressione animale prova a reinventarsi sfruttando il femminismo e facendo pinkwashing. È il momento di parlarne e di portare un punto di vista veramente ecotransfemminista sulla questione animale
“Profitti e privilegi. Dagli intrecci del dominio all’intersezione delle lotte”
La resistenza animale.
Gli animali sono da sempre schiavi e lavoratori, obbligati a svolgere lavoro di produzione dell’energia necessaria per far funzionare le macchine del capitalismo e lavoro di riproduzione permettendo di nutrire, vestire e far sviluppare un numero di umani sempre crescente con la propria pelle, la propria pelliccia, il proprio latte, le proprie uova e la propria carne e lavoro. 
Le persone di altra specie, dotate di agency, però non si limitano a lavorare ma resistono lottando contro lo sfruttamento, negoziando con gli umani le modalità e i limiti del proprio sfruttamento attraverso atti di ribellione, rifiutandosi di lavorare, disobbediendo agli ordini, rallentando i ritmi di produzione, rubando, distruggendo le macchine di produzione. 
Questi atti, che sono veri e propri atti sovversivi, sono anche riconosciuti dai “padroni” e dai “proprietari” ma anche dal sistema zootecnico proprio come tali.
Gli animali fuggono, evadono, da allevamenti, dai camioni che li trasportano verso i macelli, e nel momento che si liberano si ritrovano in territori a misura d’uomo in cui non trovano libere comunità di membri della propria specie, ma un ambiente inadatto alle loro necessita, in cui le fonti di acqua e cibo sono privatizzate e inaccessibili. Ad accoglierli trovano sistemi di vigilanza e di sorveglianza capillare e la violenza delle istituzioni che si attivano per la loro cattura, con la pretesa di tutelare l’incolumità umana. 
Questi tentativi di fuga non vengono solamente arginati, attraverso la cattura e la punizione, ma vengono anche del tutto ridicolizzati e delegittimati attraverso una narrazione folkloristica che ridicolizza questi tentativi di fuga, invalidando l’agency delle soggettività non umane. 
Tali atti di resistenza sono da sempre contenuti affinando i dispositivi di dominio rendendoli più violenti e stringenti, attraverso strumenti di detenzione sempre più efficaci per impedire la fuga, attraverso punizioni fisiche e laddove non si riesce a prevenire, contenere e catturare la soluzione contemplata è l’uccisione disposta dalle autorità ed in tutta legittimità delle istituzioni umane. 
Questo criterio si ritrova anche nella “gestione” della fauna selvatica.
Viene delineata una dicotomia fra “domestico” e “selvatico” e gli animali che si rifiutano di essere controllati o che difficilemente possono esserlo, vengono ulteriormente criminalizzati, marginalizzati, schifati e associati alla malattia, alla mancanza di decoro. 
Non solo i consumi alimentari, ma anche quelli culturali degli animali si caratterizzano per un approccio coloniale, come è evidente nella istituzione degli zoo, nati per circoscrivere ed esibire la natura selvatica ed esotica in condizioni “protette”. 
Gli animali nei circhi vengono domati, attraverso una rappresentazione, una messa in scena feticizzante del controllo dell’umano sul selvatico, la fascinazione del dominio e della superiorità umana che domina e addomestica, mantenendo il brivido del rischio: perché si abbia piena dimostrazione di Potere deve esserci la possibilità che l’oppressu si ribelli.
Questi atti suscitano sicuramente in noi delle analogie con forme di resistenza attutate da persone umane. Anche gli strumenti e i dispositivi utilizzati per reprimere gli atti di ribellione animale sono affini o spesso i medesimi utilizzati per la repressione dei movimenti, dellu antagonistu, dellu ribellu e dellu fuggiascu umanu. 
Un elemento di dibattito all’interno del movimento, ma anche un’accusa che viene posta al movimento stesso, è quella di antropomorfizzare atti di resistenza non umani, affibbiando loro elementi di intenzionalità esclusivi della resistenza umana. 
Così gli atti di resistenza animale vengono citati con le virgolette e questa dicitura non fa altro che creare una divisione ontologica tra resistenza umana e animale. 
Questo può essere rischioso perché da una parte rinforza il binarismo Uomo/Animale, universalizzando le esperienze di resistenza di tutte le soggettività non umane, non considerando le peculiarità soggettive, il contesto, il posizionamento da cui si sono sviluppati gli atti di resistenza. 
Loro infatti resistono e il movimento antispecista ha tentato di documentare questi atti di resistenza per dare visibilità alle varie forme di lotta ed evasione non umane.
Jason Hribal ha cercato di visibilizzare la storia di schiavitù e di sfruttamento degli animali non umani da una prospettiva decoloniale, dal basso, riconoscendo agli animali il ruolo di soggetti, agenti autonomi, e non di oggetti di studio, personaggi statici utilizzati ed abusati dagli uomini. 
Due concetti chiave per Hribal in questa analisi sono il concetto di agency, cioè la capacità delle soggettività marginalizzate di influenzare e guidare la propria vita, cioè di agire ed autodeterminarsi; ed il concetto di classe, che evidenzia le relazioni sociali e di potere tra diverse figure, come le relazione tra oppressu ed oppressore o tra compagnu ai margini. Hribal legge le testimoniane di resistenza dei non umani attraverso queste due categorie di analisi, mostrando come gli animali siano attivi in quanto lavoratori, prigionieri e soggetti resistenti.
Inoltre ritenere l’intenzionalità un appannaggio esclusivo dell’Umano, da una parte non fa che rinforzare l’idea che le persone sapiens non considerate in grado di esprimere intenzionalità e di comprendere l’agency (persone psichiatrizzate, persone piccole, persone femminilizzate, persone disabilizzate, persone razzializzate) debbano essere ascritte alla sfera dell’animalità e che sia necessario quindi assumere controllo sulla loro capacità di autodeterminazione; dall’altra parte rinforza ulteriormente il binarismo natura/cultura, associando la cultura all’Umanità e la natura all’Animalità, con un assetto di pensiero decisamente coloniale per cui ciò che, o meglio chi, è ascritto al polo della natura viene considerato accessibile, sfruttabile, conquistabile da di chi è associato al polo della cultura, ovvero un Uomo con attributi ben definiti: bianco, occidentale, eterocis, abile, sapiens, padrone, proprietario, democratico. 
Il binarismo Uomo/Animale è anche estremamente legato al binarismo Mente/Corpo, in cui l’Uomo dotato di ragione, intelletto ed intenzionalità, di trascendenza, è considerato in grado di organizzarsi in rivoluzioni, legittime in quanto progettuali, e per questo ha il diritto di parlare per altri, di prendere il controllo della situazione, di agire paternalismo e saviorismo nei confronti l’Altro, appartenente alla sfera dell’immanenza, alla materialità, incapace di ribellarsi se non attraverso atti di pura follia. 
Ritenere quindi l’intenzionalità una prerogativa umana e svalutare forme di resistenza che si pensano essere prive di intenzionalità è una posizione del tutto coloniale. A prescindere dall’intenzionalità, una mucca che evade è in grado di mettere in moto una serie di processi che visibilizzano e ridisegnano le relazioni di potere. 
Inoltre, i termini intenzionalità, resistenza, rivoluzione appartengono ad un linguaggio elaborato da noi umani a partire dal nostro posizionamento come sapiens, con tutti i privilegi che ne conseguono. 
Questo discorso si lega strettamente alla necessità di creare una nuova epistemologia decoloniale non antropocentrica. 
L’etologia difatti rimane uno studio dall’alto dei non umani, che cerca di fornire una Verità sul comportamento animale frenando letture politiche e considerando gli animali come oggetti di ricerca anziché soggetti d’enunciazione. 
Credo non sia possibile studiare dal nostro posizionamento un’animalità “pura”, poiché noi vediamo, comprendiamo e comunichiamo con le soggettività non umane dal nostro porzionamento di privilegio umano (o su uno dei diversi gradi politici di umanità che vanno dal polo animale al polo umano). 
Come afferma Spivak, l’animalità indisturbata come oggetto di investigazione è quindi un mito. 
Come afferma Spinoza, inoltre, non esiste una natura umana separata dalla natura considerata nel suo insieme. 
Non esiste una cultura Umana separata dall’Altro e non esiste neppure una separazione tra Natura e Cultura.
Come creare quindi una nuova epistemologia della quale il movimento antispecista possa mettersi in ascolto per compiere un percorso politico di mobilitazione dei propri privilegi non paternalista?
Prima di tutto da una posizione di privilegio le soggettività alleate dovrebbero non parlare o lottare mai a nome d’altri. Lu sapiens dovrebbero rivendicare il proprio posizionamento politico nel non essere dominanti sugli altri animali, di dismettere i panni dell’oppressore e vestire quelli dell’alleatu. Per evitare la riproduzione di una forma di dominio coloniale e paternalista nei confronti dellu non umanu, diventa indispensabile coscientizzarsi e prendere in carico i propri privilegi, non utilizzandoli per opprimere ma mobilitandoli per essere solidali con la resistenza animale. 
E per farlo dovremmo creare un immaginario multispecie in cui alleanze e collaborazioni taglino trasversalmente le linee di separazione, disertando la nostra Umanità. 
Questa solidarietà transpecie può concretizzarsi in azioni dirette mirate all’essere di supporto agli animali che si liberano dai dispositivi di sfruttamento e reclusione, nel dare visibilità agli atti di resistenza e nel mobilitarsi contro la repressione di questi, nel creare una rete di sostegno per dare asilo politico agli evasi, nel creare spazi safer per persone di varie specie, nel creare alleanze tra sfruttatu costruendo una lotta intersezionale non solo antispecista, ma anticapitalista, antiautoritaria, transfemministaqueer, decoloniale, antiabilista, antifascista.
Come essere alleatu dal nostro posizionamento e come mobilitare il nostro privilegio di specie?
Per essere alleatu delle persone di altra specie nella loro lotta di liberazione, è necessario costruire collettivamente un movimento antispecista non paternalista, che rigetti qualsiasi forma di pietismo e infantilizzazione e che ponga al centro della lotta gli animai come soggetti attivi e resistenti. 
L’antispecismo politico, infatti, si distanzia dagli animalismi paternalisti, che si presentano come movimenti altruistici in cui gli animali vengono percepiti come soggettività non in grado di ribellarsi e non in grado di prendere parte attivamente allo stesso movimento di liberazione animale. 
Questa narrazione è assolutamente antropocentrica e invisibilizza le voci delle soggettività animali oppresse dal dominio specista. 
Colonialità, umanità/animalità, animalizzazione
Possiamo definire il termine colonialità come l’unione tra modernità e colonialismo. ll colonialismo non ha solo dato inizio alla modernità e a ciò che essa implica (progresso, evoluzione, sviluppo), ma ha creato un sistema-mondo che combina insieme economia (capitalismo), conoscenza (quella scientifica), cultura (civiltà) e categorie nei rapporti di subalternità (razza, genere, classe, specie, religione, abilità, età). Queste relazioni di dominazione coloniale si sono cristallizzate con i processi di formazione degli stati-nazione, che si sono consolidati come uno dei più potenti meccanismi di dominazione. Ramon Grosfoguel chiama questa struttura, caratterizzata da rapporti di subordinazione, “civiltà occidentale”. 
Oggi ci troviamo all’interno di un sistema-mondo dominante capitalista/patriarcale/specista/occidentalocentrico/cristianocentrico moderno-coloniale. In questo sistema, la civiltà occidentale produce ricchezza, vita e privilegi per una parte molto piccola della popolazione, mentre produce povertà, violenza e morte per il resto dei viventi. Il processo di “Alterità” dei popoli ha operato attraverso una serie di opposizioni come Occidente e ‘”Altro”, civilizzato vs selvaggio, laborioso vs pigro, superiore vs inferiore, maschile vs femminile e così via. Questa struttura si basa sul pensiero cartesiano occidentale, che ha le sue fondamenta in binarismi come cultura/natura, bene/male, io/altro. 
I termini di questi dualismi sono associati a significati e valori tali da gerarchizzare il secondo in una posizione di subalternità rispetto al primo. 
Questa struttura gerarchica fornisce una giustificazione per l’esercizio del dominio.
Il binarismo Uomo/Animale non fa che raggruppare nella sfera dellu subordinatu un gran numero di viventi sotto un solo concetto monolitico. 
Il discorso specista però non si limita a subordinare solamente le persone non umane, ma è stato assolutamente indispensabile al processo di gerarchizzazione a cui sono state sottoposte tutte le soggettività, anche umane. 
Lo specismo infatti esclude da ciò che la norma definisce Umanità anche la stragrande maggioranza degli esseri umani, creando diversi gradi di umanità. Lo specismo conforma corpi, gesti, spazi e discorsi alla norma umana bianca, occidentale, abile, conforme, cismaschile ed eterosessuale, borghese e proprietaria, mentre naturalizza e invisibilizza la subordinazione e lo sfruttamento delle persone di ogni specie che deviano da questa Norma. 
Il processo di animalizzazione è interconnesso e avviene simultaneamente ai processi di costruzione del soggetto colonizzato, dei processi di femminilizzazione, di razzializzazione e di disabilizzazione. L’animale è il polo inferiore del binarismo ontologico umano/animale, due categorie non biologiche nè essenzialiste ma estremamente politiche che si configurano come uno costrutto sociale. 
Per questo motivo, anche le persone umane che subiscono processi di animalizzazione diventano Bestie, o come afferma Butler, corpi che non contano e che quindi diventano le vittime sacrificali su cui si basano i privilegi e il potere dei soggetti considerati pienamente umani. 
Alcune soggettività oppresse, in risposta a questo processo di animalizzazione, rigettano le etichette di bestie e rivendicano invece la legittimità ad essere ammesse nella sfera dell’Umano. Per fare esempi più concreti, a seguito della violenza mediaticamente conosciuta come “lo stupro di Palermo” e la diffusione di chat private in cui la persona sopravvivente viene paragonata a della carne, è partita una campagna con l’hashtag #iononsonocarne, che rafforza comunque uno dei binarismi più profondi, quello dell’umano e dell’animale. 
Il rifiuto di essere posizionati nella sfera dell’animalità e la richiesta di accedere ad un’Umanità, si basano sul concetto di inclusione, che però si basa sempre sull’esclusione di altru: l’oppressione non potrà mai avere fine se c’è qualcunu che può essere posizionatu più in basso, cui paragonarsi per contrasto. 
L’antispecismo da questo punto di vista può suggerire strategie più radicali che non rafforzino questo binarismo. 
L’antispecismo non è un appannaggio del pensiero occidentale; Sarambi, una persona anarchica e indigena dell’America settentrionale, scrive in My vegan straight edge is anything but white come diverse soggettività indigene si interroghino su come i rapporti di potere e i processi di colonizzazione abbiano contribuito a rompere le connessioni, la convivenza e le comunicazioni interspecie. I colonizzatori hanno conquistato e dominato le terre, le acque e tutti gli esseri viventi, privatizzandoli, schiavizzandoli e appropriandosene. Da questa prospettiva emerge come lo specismo sia un sistema di dominio assolutamente coloniale. 
Affermare che la prassi vegana sia intrinsecamente bianca, significa partire dal presupposto che tutte le persone razzializzate abbiano la stessa cultura monolitica a proposito di consumo e sfruttamento dei non umani. Per Sarambi affermare che le diete dei nativi pre-colonizzazione fossero principalmente a base animale non sia altro che uno stereotipo razzista e coloniale, volto ancora una volta a universalizzare l’esperienza di diverse soggettività e popoli, la cui alimentazione era differente a seconda dei diversi luoghi che abitavano. 
Assumere una prospettiva decoloniale sulla prassi vegana significa non sovradeterminare le soggettività colonizzate considerandole un “Altro” monolitico, ma dall’altra parte significa interrogarsi anche su cosa significhi mangiare o meno animali per soggettività diversamente posizionate, considerando le differenti ragioni e sto
rie, anche in una prospettiva antiabilista. 
Come Aph e Syl Ko cercano di mostrare in Afro-ismo, non può esserci un discorso vegano o antispecista uniforme perché diversi sono i soggetti che lo teorizzano e lo praticano, bisogna considerare invece la pluriversità delle enunciazioni. 
Anche il privilegio di specie si interseziona con i diversi privilegi e le diverse oppressioni incarnate dalle soggettività umane. 
Intendere lu sapiens come tuttu ugualmente responsabili dell’oppressione dei non umani, è una prospettiva che non considera affatto i diversi posizionamenti, ma percepisce l’Umanità indistintamente dominante. 
Questa narrazione è anche estremamente individualista e colpevolizzante per cui sono gli individui in quanto tali i responsabili dello sfruttamento dei non umani; diversamente, le relazioni di potere tra individui di specie diverse sono sistemiche, strutturali e sono organizzate, istituzionalizzatale e del tutto normalizzate con il dispiego di dispositivi di sfruttamento, di dominio e detenzione. 
Antispecismo occidentale e antispecismo da una prospettiva non Bianca e decoloniale
L’antispecismo occidentale contemporaneo è un movimento che, seppure si dice essere attraversato principalmente da soggettività femminilizzate, rimane fortemente dominato da un posizionamento patriarcale, eterocissessuale, bianco e accademico. Rimane quindi indispensabile ascoltare e dare eco alle correnti marginalizzate dal basso di soggettività oppresse -a loro volta animalizzate- che dal loro posizionamento elaborano un antispecismo da una prospettiva ai margini. 
I colonizzatori hanno conquistato e dominato le terre, le acque e tutti gli esseri viventi, privatizzandoli, schiavizzandoli e appropriandosene. 
Da questa prospettiva emerge come lo specismo sia un sistema di dominio assolutamente coloniale. 
Affermare che la prassi vegana sia intrinsecamente bianca, significa partire dal presupposto che tutte le persone razzializzate abbiano la stessa cultura monolitica a proposito di consumo e sfruttamento dei non umani.
Anche il privilegio di specie si interseziona con i diversi privilegi e le diverse oppressioni incarnate dalle soggettività umane. 
Intendere lu sapiens come tuttu ugualmente responsabili dell’oppressione dei non umani, è una prospettiva che non considera affatto i diversi posizionamenti, ma percepisce l’Umanità indistintamente dominante. 
Questa narrazione è anche estremamente individualista e colpevolizzante, a volte anche abilista per cui sono gli individui in quanto tali i responsabili dello sfruttamento dei non umani; diversamente, le relazioni di potere tra individui di specie diverse sono sistemiche, strutturali e sono organizzate, istituzionalizzatale e del tutto normalizzate con il dispiego di dispositivi di sfruttamento, di dominio e detenzione.
Il discorso specista non si limita a subordinare solamente le persone non umane, ma è stato assolutamente indispensabile al processo di gerarchizzazione a cui sono state sottoposte tutte le soggettività, anche umane. 
Lo specismo infatti esclude da ciò che la norma definisce Umanità anche la stragrande maggioranza degli esseri umani, creando diversi gradi di umanità. Lo specismo conforma corpi, gesti, spazi e discorsi alla norma umana bianca, occidentale, abile, conforme, cismaschile ed eterosessuale, borghese e proprietaria, mentre naturalizza e invisibilizza la subordinazione e lo sfruttamento delle persone di ogni specie che deviano da questa Norma. 
Il processo di animalizzazione è interconnesso e avviene simultaneamente ai processi di costruzione del soggetto colonizzato, dei processi di femminilizzazione, di razzializzazione e di disabilizzazione. L’animale è il polo inferiore del binarismo ontologico umano/animale, due categorie non biologiche nè essenzialiste ma estremamente politiche che si configurano come uno costrutto sociale. 
Ricordiamo infine come la narrazione e la propaganda coloniale dello Stato di Israele utilizzino un linguaggio che compara lu Palestinesi ad animali, con l’intento di giustificarne il genocidio pur declarandosi come prima nazione vegan al mondo. 
Diverse collettive antispeciste e vegane palestinesi, come Vegan in Palestine, hanno preso posizione rigettando la narrazione sionista senza distanziarsi dall’accusa di essere vicinu al polo dell’animale, ma mettendo invece in luce l’intersezione della propria oppressione coloniale con il dominio specista e complessificando la lettura politica dal basso degli strumenti linguistici di deumanizzazione agiti da Israele.
La narrazione e la propaganda coloniale dello Stato di Israele utilizza un linguaggio che compara lu Palestinesi ad animali, con l’intento di giustificarne il genocidio. Diverse collettive antispeciste e vegane palestinesi, come Vegan in Palestine, hanno preso posizione rigettando la narrazione sionista senza distanziarsi dall’accusa di essere vicinu al polo dell’animale, ma mettendo invece in luce l’intersezione della propria oppressione coloniale con il dominio specista e complessificando la lettura politica dal basso degli strumenti linguistici di deumanizzazione agiti da Israele.
Grafica di coperpina di Dez per il festival
Riferimenti bibliografici: 
  • Angela Balzano, “Per farla finita con la famiglia” (approfondimento biopolitica dei corpi, riproducibilità della vita nello Stato-nazione, lotta di tutt3 contro tutt3).
  • Agnese Pignattaro “Allevamento di animali domestici ed etica del care: armonia o conflitto?
  • Alterisio,De Giorgio “L’era del cinghiale metropolitano” scritto con 
  • Nuria Almiron et all” Il femminismo deve essere antispecista”
  • Rasmus R. Simonsen, “Manifesto queer vegan”
  • Carmen Dell’Aversana
  • Intervento Marco Reggio su intersezionalità lotte diverse: qui
  • Ornella e Giorgio Losi, video su antivivisezionismo (presentazione su canale Oltre la specie YT) 
  • Il topo e la bambina” (su vivisezione)
  • Dez per Liberazioni su concetto “benessere animale” e “animali indesiderati” 
  • Bestie da soma
  • Introduzione di Marco Reggio in “Animali in rivolta”
  • Manifesto queer palestinese (2)
  • Articolo su donna trans ostetrica mapuche (articolo nel blog C&T vecchio, Mari lo metterà anche in quello nuovo)
  • “My vegan straight edge is anything but white”
Invito a estendere riflessione su intrecci dell’approccio transfemminista e antispecista
“Cos’è per voi l’antispecismo / la convivenza multispecie?”
“Quali pratiche quotidiane è possibile mettere in atto?”
“In quali altri modi possiamo farci alleat* della resistenza animale?”
“Abbiamo dato un’occhiata alle strategie comunicative dell’industria: come dare vita a una contro-narrazione differente?” – Possibile fare anche esempi di comunicazioni già esistenti, efficaci o meno
“Attivismo intersezionale: quali sono i nostri desideri per il futuro? Cosa abbiamo / cosa ci manca e come fare a svilupparlo?”
le vostre risposte a retecorpieterranudm@gmail.com

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