Questo testo è stato elaborato dall’assemblea transterritoriale ecotransfemminista antispecista Corpi e Terra per contribuire alla COSTITUZIONE DEL TAVOLO DI CURA di NON UNA DI MENO
Corpi & Terra non è un’assemblea separata ed è attraversata anche da persone che non sono ancora antispeciste, vegane, non binarie, anarchiche relazionali.
Visto che ancora in NUDM non inizia il percorso auspicato nell’assemblea nazionale ultima di Genova concordiamo di pubblicare queste nostre riflessioni perché possono servire per un dibattito previo su patriarcato/generi/pratiche transfemministe/cura/soggettivitá in movimento/marfginalizzazioni/……
PREMESSA
Ultimamente la necessità di trattare tematiche di cura collettiva è emersa in più tavoli di discussione e in più spazi: cura all’interno degli spazi, nel rapporto tra movimenti, in corteo, verso l’esterno e nelle assemblee.
La proposte di apertura di tavoli di cura permanente, di reti di scambio sulla giustizia trasformativa, sulle criticità di alcune pratiche come la FLINTA, sull’accessibilità e sui legami con realtà esterne ci vedono molto coinvolt3. Abbiamo già prodotto un documento dal titolo “PRATICHE PER STARE BENE, USCIRE DALLE DINAMICHE DI POTERE DELLA SOCIETÀ CAPITALISTA E PATRIARCALE E CONTRASTARE LA VIOLENZA E L’OPPRESSIONE SISTEMICA”.
Queste nostro ulteriore contributo vuol essere un posizionamento, ma anche un invito a dialogare per portare avanti queste riflessioni autoformandoci e creando strumenti utili da diffondere all’interno e all’esterno delle assemblee.
Vorremmo incontrarci periodicamente (in un tavolo aperto a persone di NUDM ed a persone esterne che fanno riferimento al pensiero transfemminista) per discutere vari argomenti che riteniamo importanti al mantenimento e miglioramento della cura. Nel farlo vorremmo autoformarci, approfondire, produrre e condividere strumenti e materiali (che proponiamo di caricare in un drive condiviso).
SULLA FLINTA
(Acronimo nato negli anni ‘70 in Germania definisce: F=Donne, L=Lesbiche, I=persone intersex, T=persone trans, A=persone Agender)
Le pratiche di cura richiedono continuo ascolto e discussione. Troviamo un esempio di questo nella FLINTA, che si propone su carta come una pratica di cura e maggior sicurezza nel mantenere uno spazio nel quale uomini cis e cisgay sono esclusi.
Diffusa maggiormente in spazi esterni a NUDM, viene esplicitamente praticata da alcune assemblee di NUDM a partire dall’8 marzo 2025 (a tal proposito in quella di Roma erano stati espressi anche posizionamenti critici). Precedentemente nelle manifestazioni del 25 novembre la testa ad inizio corteo era dedicata alle persone dei centri antiviolenza.
La FLINTA viene proposta per rispondere alle esigenze di sicurezza e cura:
* Visibilizzare le soggettività che incarnano gli obiettivi/contenuti della marcia
* Tener fuori dai cortei possibili persone abusanti
Eppure è una pratica che, a partire dalle nostre riflessioni, non riesce a rispondere pienamente a queste esigenze, oltre a nascondere molte problematicità che si tende ad ignorare al di fuori di questi spazi di confronto: “Fuori i maschi cis e cisgay dal corteo” non è l’unica possibile risposta, né la più efficace.
Persone abusanti fuori dai cortei:
La FLINTA è sicuramente una soluzione che ci fa sentire più al sicuro. La violenza “maschile” (intesa come quella del figlio sano del patriarcato) è esplicita perché è fisica, invadente, silenziante … e l’accumularsi di esperienze, nostre ed altrui, ci porta a provare disagio e a non sentirci al sicuro in loro presenza.
Grazie al continuo evolversi dei pensieri femministi, oggi sappiamo come il genere sia un costrutto sociale che si costruisce e si riproduce nella sfera sociale tramite una serie di atti e tratti caratterizzati (un tipo di comportamento, uno stile di camminata, un modo di vestirsi) e in continua ridefinizione e riaffermazione, che contribuiscono a creare nelle nostre menti un’idea inconscia di “genere”. Un immaginario che si basa su inclinazioni personali, esperienze vissute ed interiorizzate e sulle “apparenze” che riaffermano un modello di riferimento standardizzato.
Richiamando la FLINTA ricerchiamo inevitabilmente una cura ed un’autoprotezione collettiva. Non potendo sapere la vera identità di chi ci troviamo davanti la percezione non può che basarsi sulle “apparenze” e sull’idea indotta e culturalizzata di “genere”:
* Aspetto maschile = uomo = pericolo. Pur non avendo la certezza che l’altra persona potrebbe non essere un pericolo, è più facile e sicuro accettare l’idea di “sbagliarsi” allontanando una persona “safer” piuttosto che rischiare di non allontanare un abuser.
* Aspetto femminile/femminilizzato = donna = sorella/persona safer; altro automatismo che porta ad abbassare la guardia lasciandoci senza la capacità di reagire quando la persona ad agire violenza è una dalla quale non ce la aspetteremmo.
A livello individuale non c’è nulla di male a fidarsi della propria percezione per sentirsi più al sicuro, ma a livello collettivo e come pratica di decostruzione diventa invece importante discuterne.
I principali problemi sono:
Il collegamento “aspetto maschile = uomo” è una questione che va a creare molti disagi a persone trans, non binarie, intersex, soprattutto se non medicalizzate e/o senza “passing” o addirittura con un passing maschile molto accentuato. Persone che dovrebbero sentirsi incluse nella FLINTA, ma che si possono sentire escluse e rigettate sulla base del proprio aspetto, di come questo viene interpretato dall’esterno o di come temono possa essere interpretato.
Il secondo, più complesso da affrontare, è la gestione delle possibili violenze attuate da persone incluse nella FLINTA. Un problema che la FLINTA stessa non risolve, e che in generale il movimento fatica ad affrontare, è la violenza patriarcale all’interno della comunità queer, trans, lesbica,…
Infine, ancor più delicato, è il punto legato a “uomo = pericolo = abuser”. Un passaggio che ci fa discutere sulla definizione stessa di “uomo”. Un tema che tocca la definizione di “alleat3”, ma anche quella dei percorsi possibili di decostruzione e quelli di giustizia trasformativa, intesa come alternativa a soluzioni penalistiche e carcerarie. Un mondo in crescente polarizzazione rende difficile ai movimenti transfemministi comunicare con le persone che si identificano nel genere “uomo”, dandone per scontata una situazione di privilegio, anche quando questa viene rifiutata, rinnegata e contrastata nei fatti; come se una persona nata con organo genitale “M” dovesse “essere patriarca” per tutta la vita o avere come unica alternativa quella di riconoscersi come persona non binaria.
Aspetto maschile = Uomo. Una questione di passing
L’8 marzo, in alcuni cortei nei quali la FLINTA era stata chiamata, non ci si è limitat3 ad invitare gli uomini cis a stare in fondo, alcune persone si sono attivate per far “rispettare la FLINTA” cercando di allontanare chiunque rientrasse nella loro idea e percezione di “uomo cis”:
* Basarsi sulla “percezione di genere/transgenere/agenere”, “biologismi” e “passing” è risulato problematico e disagevole per persone trans, non binarie non medicalizzate, persone intersex e tutte quelle persone che non hanno un’espressione di genere altra da quella imposta alla nascita.
* Può costringere a “coming out” forzati o ad allontanare le persone che non si sentono safe a fare “coming out” in quel contesto (data anche a volte l’aggressività della richiesta) anche qualora fossero out pubblicamente in contesti altri.
* Chiamare la FLINTA, inoltre, esclude a priori persone che, conoscendo già queste problematicità, scelgono di non presentarsi a quei cortei; sia a Roma che a Milano persone non binarie si sono spostate in altre città per evitare tutto questo.
Il patriarcato è il nostro nemico, non la percezione soggettiva di genere. Le modalità per far rispettare la FLINTA falliscono nel raggiungimento dei suoi obiettivi e vanno a colpire anche persone che sarebbero incluse. Alcune assemblee hanno evitato molte di queste problematicità limitandosi ad invitare gli uomini cis a stare in fondo e fidandosi della correttezza di chi partecipava senza fare “passing policy”. Questa richiesta, però, ancora non basta dato che non fornisce pratiche utili nelle situazioni in cui quella fiducia venga tradita. E comunque non è il posizionamento nel corteo a risolvere il problema.
Chi agisce violenza patriarcale?
Sappiamo che il patriarcato è radicato in chiunque. La violenza del’”maschio patriarcale, del macho, del machista” è esplicita e soverchiante ed è facile identificare nel “genere maschile” il problema. Eppure, portando avanti un transfemminismo intersezionale, sappiamo come questa non sia una “lotta sul genere” ma una lotta alla struttura sociale patriarcale e allo stesso binarismo di genere. Un patriarcato che fonda le sue radici nella ricerca e nella necessità costante di “controllo” sulle vite altrui. Si applica tramite forme di potere gerarchico (che privilegia in particolare gli uomini), ma il potere può averlo chiunque (in forme parziali e circoscritte) rendendo ognun3 capace di agire violenza. La prima violenza è proprio nell’imposizione di genere e ruoli alla nascita in base ai genitali.
Per strada è più difficile, ma sul posto di lavoro, a scuola, a casa, negli spazi pubblici, nelle relazioni private e nelle collettive… le manipolazioni psicologiche ed emotive, gli abusi, le aggressioni (per avere o mantenere controllo) vengono agite anche da donne e persone queer (senza che si riconoscano come patriarcali).
Se la persona che agisce violenza è allo stesso tempo marginalizzata e con meno privilegi, è difficile riconoscere, trattare ed intervenire su quella violenza; tendiamo ad invisibilizzarla, dare per scontato che sia meno frequente e per questo meno importante, meno dannosa o meno sistematica. Un approccio che ci lascia incapac3 di affrontarla. Recentemente stanno nascendo nuove realtà che affrontano il tema (come linea Lesbica Antiviolenza – Bologna) con le quali può essere utile fare rete e cercare un dialogo. Il lavoro fatto, però non è ancora sufficiente e diventa particolarmente importante in un periodo in cui l’allargamento della discussione sui femminicidi, sui transcidi, sui suicidi per motivi di genere, sugli stupri e sulle aggressioni porta sempre più persone ad unirsi nelle piazze e nelle collettive.
Conflitti interni alle collettive e alle assemblee, abusi e violenze mai discussi tra compagn3, comportamenti che scaturiscono da gerarchie di potere, marginalizzazioni hanno portato più realtà a diventare “non sicure per tutt” e quindi a sciogliersi, ad allontanare o ad auto allontanarsi. Diffondere e sviluppare strumenti diventa dunque una questione prioritaria se vogliamo trattare le tematiche di cura.
Violenza patriarcale e giustizia trasformativa:
* Rompere il tabù delle violenze nelle relazioni
* Giusi Palomba La trama alternativa: sogni e pratiche di giustizia trasformativa contro la violenza di genere
* Giusi Palomba ai microfoni di TRANSfemmINonda
* E allora gli stupratori? un approccio anarchico al crimine e alla giustizia
Spunti di riflessione:
* Se la persona che agisce violenza subisce allo stesso tempo discriminazioni diventa particolarmente difficile e delicato riconoscerne le problematicità e trattarle con un approccio trasformativo.
* Le discriminazioni subite possono essere usate anche come arma laddove si trasformino in ricatti emotivi, che bloccano sul nascere ogni tentativo di affrontare le problematicità.
* La questione sul come raggiungere donne e persone queer non politicizzate e che agiscono violenza rimane una questione aperta.
* Contatti, strumenti ed esperienza vengono tutt’oggi usati come arma per creare gerarchie difficili da abbattere, impedendo l’orizzontalità nelle collettive.
* Per molte persone (fortunatamente non per chiunque), una delle più importanti fonti di abuso è stata proprio la figura di “nostra madre”. É una cosa che parlando di padri già affrontiamo, ma delle madri invece non parliamo molto. Madri che, seguendo un ben intenzionato ma per nulla decostruito modus vivendi, affermano di agire a fin di bene lasciando cicatrici profonde. L’inculturazione ricevuta viene di fatto proiettata plasmando la prole ideale del patriarcato, in parte spinte dalla convinzione che “conformarsi” sia la cosa giusta rispetto al subire il giudizio altrui.
* La ‘giusta’ pedagogia, eleva la madre a ‘brava’ donna ed educatrice della prole,un ruolo che possiamo definire autoreferenziale e di potere nello stesso tempo proprio perché in esso, solo, quel tipo di madre trova il suo riconoscimento. In ciò, la madre è riconosciuta come “corpo” che ha introiettato e che rispecchia le norme fondanti la famiglia patriarcale e della sua riproduzione
Uomo = Pericolo. Tra “genere” e “ruolo sociale”, “Compagni transfemministi”
La FLINTA crea anche altri effetti problematici:
* Esclude persone che partecipano alla marcia con persone disabilizzate, sentendosi in dovere di spostarsi in fondo al corteo per poterle accompagnare (è successo).
* Esclude persone che partecipano al corteo con gruppi che si riferiscono a collettive transfemministe e intersezionali non separate ma legate da striscioni e o messaggi costruiti insieme (è successo)
* Richia di trasmettere all’esterno un messaggio secondo il quale l’essere “abuser” si lega esclusivamente al genere o al passing “maschile”.
* La FLINTA ha avuto effetti anche su come media e giornalist3 hanno trattato l’8 marzo, ricalcando e riproducendo la narrazione “aspetto maschile=violentatore”. Ne è da esempio il video di repubblica che apre con una ripresa della testa del corteo seguita da uno zoom mirato sull’unica persona percepibile come uomo cis e poi un ritorno ampio sullo striscione. Questa narrazione rispondeva ai cartelli che venivano tenuti alla testa del corteo. Seguendo lo stesso principio foto di primi piani invasivi, scattati e diffusi senza consenso e poi vendute dalla Reuter ad un sito greco, sono state strumentalizzate con una didascalia che riportava: “Il trucco sul volto femminile indica l’abuso, la testa maschile (leggermente piegata e con un anello sulle labbra) il colpevole pentito o non pentito – cornice stilizzata in stile woke per la Festa della Donna, da Roma Fonte: Protagon.gr”
Non sono ancora tantissimi, ma gli uomini cis che stanno lottando contro il patriarcato sono sempre di più. Uomini (intesi come persone di genere maschile) che hanno iniziato ad abbandonare i propri privilegi, o a sfruttarli in maniera positiva, per combattere le stesse gerarchie che opprimono anche loro.
Se il genere è performativitá sociale, possiamo riflettere su come, all’interno della nostra società patriarcale, continuare a identificarsi come uomini (e non come persone non binarie) sia segno che quelle persone non vogliano veramente del tutto distaccarsi dai propri privilegi. Eppure la definizione sociale di donna (come costola dell’uomo, troppo emotiva ed incapace di prendere decisioni autonomamente) è stata destrutturata e ridefinita dai movimenti transfemministi.
E per quanto (da Wittig a de Beauvoir, da Buttler a Preciado) il genere stesso e il continuare ad usare la parola “donna” siano stati messi in discussione… nessun3 oggi ritiene giusto e corretto bollare come “poco decostruite” le persone che il genere “donna” continuano a sentirlo come proprio e rivendicarselo.
Più volte ci si è interrogat3 su come riuscire a coinvolgere gli uomini e su quanto sia importante, per cambiare questa società, fare in modo che il transfemminismo non solo sia “per tutt3”, ma che riesca a parlare con tutt3.
Ora che “più persone AMAN (assegnate maschi alla nascita)” stanno iniziando a mettere in discussione il pratriarcato (ridefinendo il significato stesso di “uomo” che si contrappone a quello machista e patriarcale) anche le risposte diventano più urgenti.
Non è solo una questione di comunicazione. Dobbiamo discuterne per non trovarci impreparat3 davanti all’aumento di queste realtà, capendo come instaurare un dialogo costruttivo ed intersezionale che allo stesso tempo ci faccia sentire al sicuro (e che tenga comunque al di fuori chi di queste narrazioni voglia farne un arma contro di noi).
Spunti di riflessione:
* Abbiamo notato come molti di loro tendono ad avere paura di rubare spazi altrui senza volerlo e continuando a sentirsi in colpa per privilegi che hanno ricevuto, ma che, smettendo di essere uomini patriarcali, non hanno più. E dunque si esprimono più liberamente quando stanno cercando di aiutare altri uomini a decostruirsi piuttosto che quando sono nelle collettive al nostro fianco.
* Alcune di queste persone possono non avere questa sensibilità (a seconda del livello di strumenti decostruzione) tendendo comunque ad occupare spazi altrui. Se parliamo di uomini decostruiti, però, questa tendenza risulta comunque limitata e non particolarmente maggiore rispetto a persone di altri generi/ageneri.
* Una parte di queste persone tende ad essere considerata e ad auto considerarsi “alleati”. Eppure, se non stiamo lottando contro un genere, ma contro il patriarcato, loro sono parte integrante di questo percorso. E in quanto parte integrante non sono ne più ne meno “importanti” rispetto all3 altr3. Aiutare a diffondere le discussioni su “cosa sia il genere”, può essere la chiave di questo discorso.
* Se vogliamo portare avanti un transfemminismo per tutt3 è necessario affrontare anche questo tema. Dovrebbero essere i comportamenti abusanti o “abuser” segnalati all’interno del corteo ciò su cui dovremmo concentrare la nostra attenzione, individuando le pratiche più adeguate per prevenirli e affrontarli.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto, dunque, la FLINTA, in quanto strumento nato negli anni ’70 in Germania, non tiene in considerazione le elaborazioni transfemministe, ostacolandoci nel riflettere su pratiche di cura che includano le soggettività e le dinamiche sociali odierne.
La FLINTA può portarci (e chi ci guarda dall’esterno) a perdere di vista l’obiettivo. Non distinguere il significato di “uomo” (come figlio sano del patriarcato) da quello di “uomo” come genere che si sta provando a riscrivere e ridefinire al di fuori di esso ha come conseguenze:
* il perdere di vista il “patriarcato” come nemico, mescolandolo alle identità di genere e facendo dunque lotta alle persone anziché alle strutture sociali;
* il basarci su un passing che discrimina anche chi nella FLINTA è inclus3.
* il darci una finta sensazione di sicurezza laddove non dedichiamo autoformazione e cura verso le violenze che possono nascere da persone incluse nella FLINTA stessa.
* il non riuscire a comunicare correttamente con l’esterno, rischiando di alimentare narrazioni polarizzanti, sulle quali fanno gioco gli uomini patriarcali dicendo “non tutti gli uomini” per lavarsene le mani senza approfondire le tematiche;
* il portare persone affini al genere “uomo”, decostruite, ad auto considerandosi “alleati” quando, se il nemico è il patriarcato, dovrebbero essere parte integrante e attiva della lotta.
PRATICHE POSSIBILI alternative alla FLINTA:
* Proporre un invito alternativo ad inizio e lungo il corteo: “Invitiamo a lasciare spazio e visibilità nel corteo a tutte le soggettività che stanno lavorando attivamente per decostruire la cultura patriarcale”. Se il corteo ha poi una tematica precisa ha senso lasciare in testa chi la vive sulla propria pelle.
*Stabilire persone riconoscibili che fanno da sportello di cura e ascolto lungo tutto il corteo. Così casi problematici possono essere segnalati/notati, intervenendo in maniera mirata sulle situazioni problematiche sino a fermare il corteo in caso di bisogno per allontanare le persone che stanno agendo violenza. Ad esempio, nella marcia trans del 18 MAGGIO 25 avevamo due gruppi: uno di accessibilità (fascia bianca) e uno di cura (fascia fucsia). Il gruppo di cura era lungo tutto il corteo sia per gestire fotograf3 e persone esterne invasive, sia come sportello di ascolto, mentre quello di accessibilità era a disposizione per eventuali disagi legati più a condizioni fisiche e sensoriali.
É importante formarci (e collaborare con chi già se ne occupa) per migliorare sempre di più l’accessibilità:
* Reincontrarci con Disability pride a livello nazionale per una verifica alla luce delle pratiche sperimentate nelle manifestazione in questi ultimi anni e per capire se ci sono ancora cose da migliorare.
* Studiare al meglio i percorsi prima delle manifestazioni.
* Garantire zone a minore densità e rumorosità per lasciare spazi di decompressione.
* Fumogeni: noi vorremmo che non venissero più adottati ai cortei in quanto nocivi e dannosi per persone e ambiente. Si dovrebbero trovare pratiche alternative come veli, cartelli, ombrelli durante le azioni o per visibilizzare striscionate e azioni di questo tipo.
Cortei e Giornalist3:
Per garantire cura a chi partecipa è necessario stabilire anche la migliore postura da usare verso l3 giornalist3. NUDM all’inizio aveva, nel tavolo di media e comunicazione, fatto riflessioni e proposte di linee guida che si chiedeva di adottare e rispettare a giornalist3. Dovremmo riprendere al nostro interno l’elaborazione e richiedere:
* il rispetto di un protocollo nel momento in cui chiediamo che la stampa parli del nostro movimento.
* È giusto che le immagini possano circolare, ma dovremmo anche tutelarci e tutelare, prendendo parola, sulle modalità da usare.
* Tra fotograf3 di movimento e organizzazioni è importante un dialogo per prendere accordi su cosa e come filmare e per tutelare chi partecipa.
* Laddove ci sono persone esterne che riprendono chiunque, con gli smartphone senza richiedere consensi, “lo sportello ascolto” itinerante potrebbe occuparsi anche di questo. Ne abbiamo fatto esperienza nella slut march e anche nella transliberation march anche se con pratiche di assertività diverse.
* Alcune pratiche di corteo importanti si possono comunicare durante il corteo con volantini che ne spieghino le finalità.
* Si può sempre chiedere la revisione dell’articolo scritto, il ritiro delle foto pubblicate senza consenso quando si tratti di foto che esotizzano i corpi o rendono le persone vulnerabili a possibili letture sbagliate e offensive come nel caso che abbiamo esposto.
Riferimenti a riguardo:
* Report del tavolo Narrazioni della violenza attraverso i media (Assemblea nazionale 4- 5 febbraio 2017 a Bologna) “Attiveremo azioni perché le banche immagini esistenti, da cui deriva la maggior parte dell’iconografia di giornali e campagne di comunicazione, vengano aggiornate con materiali video e fotografici che siano rispettosi delle differenze e che non rafforzino gli stereotipi di genere. In particolare rispetto alla violenza maschile sulle donne e al femminicidio, vogliamo che siano eliminate tutte le immagini che propongono un immaginario vittimistico ed erotizzato delle donne che subiscono violenza, costruito dal punto di vista di chi esercita la violenza. Si è ipotizzato anche di creare delle banche immagini alternative sulla rappresentazioni di genere, in cui produrre immagini differenti da rendere disponibili gratuitamente. Ci siamo interrogate sulle forme di intervento dell’osservatorio, poiché alcune di noi hanno messo in discussione la legittimità politica e l’efficacia stessa del sistema della censura, mentre altre, pur favorevoli alla sanzione, denunciano la totale inefficacia degli attuali enti di autoregolamentazione e monitoraggio (IAP, Agicom). È stato proposto che il sistema di sanzione possa riguardare l’obbligo di finanziare e diffondere, con gli stessi investimenti economici e gli stessi usati per i messaggi lesivi, campagne e produzioni femministe e LGBTQIPAK+.
* Estratto dalla proposta di creazione di un osservatorio di NUDM che denunci e “sanzioni” i giornali che non rispettano i protocolli in essere.
* Report tavolo NARRAZIONI DELLA VIOLENZA ATTRAVERSO I MEDIA
* PIANO FEMMINISTA CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE E VIOLENZA DI GENERE (25 novembre 2017) p. 19,20 su immagini, linee guida per una rappresentazione non sessista p 32, 33, 34 (riprende i report del gruppo narrazione)
* appello Non una di meno a chi lavora in abito audiovisivo (2017)
Evitare……..
– Inquadrature che fanno continuamente a pezzi il corpo delle donne (indugiando su parti come seno,culo, coscie e bocca) e che non restituiscono un’immagine integra delle stesse;
– Continua sessualizzazione del corpo anche fuori dai contesti opportuni (esplicitamente erotico-pornografici) e reso desiderante e desiderabile, ornamentale, compiacente, incapace di essere portatore di competenze, autorevolezza o pensiero divergente (si veda il caso – ancora non placato – Diletta Leotta).

