In questo articolo vi raccontiamo del nostro attraversamento come assemblea transterritoriale di Non unə di meno dell-incontro nazionale a Firenze del 7-8 ottobre. L’assemblea era divisa in tre parti: una prima plenaria , uno spazio per le laboratorie sabato pomeriggio e una plenaria la domenica mattina.
Della laboratoria da noi proposta GUERRE SUI CORPI E POSSIBILI STRATEGIE PER COSTRUIRE ALTERNATIVE vi racconteremo in un articolo che uscirà a breve. Qui invece pubblichiamo i due interventi che abbiamo preparato per la plenaria del mattino e l’intervento che abbiamo fatto la domenica.
Perchè due interventi e perchè ne abbiamo letto solo il primo. I nostriinterventi sono sempre frutto di discussioni collettive in assemblea poi sistematizzate in un pad collettivo dove ogni persona può portare il suo contributo. Vengono poi riletti collettivamente soffermandoci molto sul linguaggio che usiamo e sui contenuti soprattutto quelli che generano dubbi o riflessioni per cercare sempre di trovare un consenso nelle forme espressive che usiamo. Questa volta è successo che proprio mentre chiudevamo un testo unu compa della nostra assemblea ha buttato giu le sue riflessioni che rilette ci sono sembrate molto più coinvolgenti ed esemplificative del nostro sentire e che contenevano ciò che volevamo dire anche nel primo documento. Cosi, lavorandoci ancora un po’ cosa che ha fatto il gruppo che era a Firenze fino a tarda notte e poi ancora al mattino abbiamo trovato un accordo sul primo testo che vi proponiamo che è quello che abbiamo letto in plenaria.
L’intervento rispondeva a queste domande che erano state poste a tutte le assemblee e anche a persone singole nelle settiimane precedenti
Che cosa ti spinge a partecipare a Non una di meno, che desiderio ti muove?
Che cosa ti blocca, ti annoia, ti allontana da NUDM?
Che metodologia ci diamo per tradurre il nostro desiderio e la nostra rabbia in azione?
Intervento letto in plenaria:
Abbiamo accolto la proposta di questa plenaria con grande entusiasmo, felici che il nostro stare bene insieme fosse finalmente uno dei punti principali di una assemblea nazionale. Per costruire l’intervento abbiamo ragionato su più aspetti. Abbiamo lavorato su noi stessu sia come singolu sia come assemblea. Abbiamo anche chiamato realtà e collettive transfem, antiabiliste, ecologiste e antispeciste che non gravitano né intorno a c&t né intorno a nudm.
Vogliamo iniziare raccontando quanto emerso di positivo, il perché abbiamo fisicamente, emotivamente, politicamente il desiderio di vivere e attraversare nudm.
É emerso il desiderio di sentirci parte di un movimento ampio per acquisire consapevolezza non solo delle oppressioni che viviamo, ma anche dei nostri privilegi, per iniziare piu percorsi di decostruzione.
Abbiamo il desiderio di cambiare la società, per poter, un giorno, uscire di casa e abitarla senza paura.
Abbiamo il desiderio di vedere tante soggettività che si muovono in una direzione simile, per costruire e praticare, ogni giorno, un movimento transfemminista intersezionale, che allarghi sempre più le sfumature delle lotte, senza lasciare indietro nessun. Vogliamo camminare sulla strada della liberazione dalle oppressioni senza aver paura di uscire dal selciato, senza aver paura di rimanere per un po’ ai bordi, vogliamo camminare domandando costantemente a chi incontriamo “cosa desideri?, ti ascoltiamo”.
Per far sì che nudm diventi sempre più forte e resistente al Potere dominante dobbiamo costruire una comunità fatta di relazioni di cura, che non abbiano paura di transformarsi costantemente, mettendoci in discussione, aprendoci alle critiche.
Se non siamo qualcosa che ci piace come possiamo immaginare il mondo che ci piace?
S’è detto poco prima che dobbiamo costruire una comunità. Ma come costruire?
Già non c’è?
No, se ci sono collettive transfem intersezionali che si sentono sovraderminate o distanti dalle nostre prassi.
No, se ci sono singolu che si allontano dai nodi territoriali.
No, se all’interno dei nodi i rapporti di potere sono immutati, immutabili e urca! Pure innominabili.
No, se le nostre manifestazioni sono sempre meno attraversate.
No, se le nostre assemblee e le nostre prassi di piazza, i nostri tempi, i nostri spazi sono abilisti, come per esempio la mancanza di spazi di decompressione e di traduzione in LIS.
No, se non si facilitano espressioni artistiche o creative spesso considerate “non abbastanza politiche”.
No, se per alcunu siamo un movimento bianco e borghese che al contrario potrebbe mobilitare i propri privilegi per rendersi complice di chi non li ha. Decostruire i nostri posizionamenti è fondamentale e questo è possibile anche facendo rete, facendoci contaminare, che non è appropriarci di lotte di altre comunità.
No, se per alcunu scrivere transfemminista a fianco di femminista sembra solo un’aggiunta di comodo ma non una pratica politica costante.
No, se continuiamo a rimarcare la falsa dicotomia Donne E soggettività altre, e allora anche il femminile universale diventa violento per chi vive quotidianamente l’imposizione binaria. Tutto questo nonostante i generi siano un costrutto, come il femminismo ci ha insegnato.
NO, se deleghiamo in modo rituale la lotta queer a Pride, TDOR e TDOV senza sentirci soggettività tutte a pieno titolo parte di questo movimento transfemminista.
No, se per alcunu siamo un movimento istituzionalizzato: la lotta per i diritti non puo prescindere da una prospettiva di trasformazione radicale della societa.
Una comunità aperta, transformativa e intersezionale no, non c’è.
Ma possiamo praticare insieme senza aver paura di partire da noi stessu.
E, così, partiamo da noi, dalla nostra assemblea transterritoriale.
Ci vediamo troppo spesso online ma vogliamo che i nostri incontri si intensifichino nelle settimaneestive e invernali al rifugio antispecista Agripunk, nelle SemInAria, nelle laboratorie delle assemblee.
Desideriamo uscire dall’emergenzialità di stare al passo con i millemila fatti di cronaca e politica e trovare spazi e tempi per costruire l’immaginario delle società che vogliamo.
Desideriamo pensare e muoverci rispetto alle critiche che ci vengono rivolte: parlate solo di antispe! Vi sentite superiori! Parla sempre e soltanto una sola persona!
Come C&t non possiamo che ringraziare quella persona che ci ha messo la faccia, con tutte le problematiche che ne sono conseguite, qui dentro nudm, rispetto alla sua costante presenza. Perché quella, che è resistenza e non una forma oppressiva di potere, ha permesso ad altre persone di poter uscire dall’autoinvisibilizzazione.
Chissà, magari è il motivo per cui anche altre assemblee e altri nodi continuano a resistere e a potersi visibilizzare all’interno della nazionale.
E No, non parliamo e né vogliamo parlare solo di antispe! Desideriamo che l’antispe venga assunto in nudm non attraverso un pasto vegetale ma tramite un processo di elaborazione collettivo. Desideriamo che altri nodi ne parlino, ma sappiamo quanto sia estenuante, per lu singolu, tirare al centro del dibattito la gerarchia e il privilegio di specie. Non è questione di sentirci superiori, è il desiderio infinito che ci muove di non lasciare indietro dei pezzi di noi, di attraversare questo spazio con tutti i nostri vissuti, non di doverne scegliere solo alcuni perché più comprensibili, meno conflittuali: desideriamo, almeno qui dentro, essere noi stessu in tutto e per tutto.

Questo che segue è l’intervento che avevamo preparato in precedenza che non abbiamo letto ma a cui vogliamo dare valore con questa pubblicazione
Come Corpi e Terra portiamo questo intervento che nasce dal percorso che abbiamo fatto per arrivare a scriverlo collettivamente. Siamo un’assemblea transterritoriale con un posizionamento ecotransfemminista e antispecista attraversata e partecipata da persone di diversi territori. In questi anni abbiamo facilitato e generato spazi di incontro e riflessione con collettive transfemministe ed antispeciste che spesso non hanno come riferimento NUDM ritenendo importante il pensiero di chi si incontra, agisce e si muove fuori da NUDM.
Abbiamo portato le domande a cui stiamo ripondendo ora in un’assemblea aperta anche a queste realtà il 18 settembre. Abbiamo chiesto se si conosceva NUDM e C&T, se si erano vissute esperienze di attraversamento, se si continuava a farlo, quali i limiti, quali le energie e motivazioni positive, quali le pratiche possibili.
Ciò che maggiormente avvicina a NUDM sono soprattutto desiderio e rabbia oltre a un grande bisogno di sentirsi parte di un movimento ampio, di una comunità alla quale appoggiarsi, di quella marea furiosa che non ne può più di violenza patriarcale e capitalista. Quello che avvicina alla nostra assemblea è l’aver trovato un luogo dentro questo movimento in cui vivere comodamente le proprie affinità come persone queer, antagoniste e antispeciste
Abbiamo voluto indagare maggiormente ciò che allontana che sicuramente è frutto anche di casualitá, storie personali e contingenze ma che possono aiutarci a riflettere su come possiamo cambiare come corpo collettivo
Nelle nostre assemblee di NUDM l’orizzontalità dichiarata a volte si traduce in “rigide” verticalità nella presa di decisioni che non lasciano spazio e rimandano a forme della politica ormai non riproponibili. La performatività richiesta soprattutto basata su linguaggi verbali, lascia fuori, esclude, marginalizza chiunque non possa o non voglia utilizzarle. Non sempre infatti si facilitano espressioni diverse, artistiche o creative (manualità, musiche, rumori, performance, balli, ) che a volte vengono considerate “non abbastanza politiche”. Esporsi durante le assemblee genera paura: avrò detto la cosa giusta? l’avrò detta bene? Nei nostri spazi ognunu dovrebbe sentirsi attraversare, intervenire, proporre, sommarsi, sottrarsi,andare e tornare senza stigmatizzazioni, marginalizzazioni, pensieri unici e gerarchizzazioni nelle lotte. Non c’è il giusto o lo sbagliato e ogni intervento può stimolare quei processi collettivi di elaborazione che possono generare pratiche e azioni.
Come Corpi e Terra e proprio a partire dalle nostre esperienze consideriamo che i diversi filoni di pensiero e azioni del transfemminismo siano patrimonio arricchente per il nostro movimento. L’antispecismo politico a cui noi ci riferiamo è parte dei movimenti transfemministi (stanno nascendo in ogni dove collettive transfe queere antispe), ne rivela le intersezionalità e le connessioni, dà valore a tutti i corpi nel loro processo di liberazione dallo sfruttamento, dalle gabbie, dalle norme stabilite dal sistema, dalle prigioni, dall’obbligo della riproduzione, dalle tristi esaltazioni simboliche e virtuali della cultura dello stupro, della sottomissione, del possesso e del potere che, se rifiutate, sono imposte cosi ormai rifiutato da dover essere imposto con la violenza della morte.
Non ci aspettiamo che ogni singola persona di questo movimento sia antispe (i processi individuali non sono lineari e non ci sono traguardi da tagliare). Quello che affermiamo è il riconoscimento di essere parte di, quello che chiediamo è rispetto e possibilità di ascolto, dialogo e condivisione delle nostre pratiche nei momenti collettivi.
Spesso deleghiamo in modo rituale a Pride, TDOR e TDOV le lotte delal movimento queer, che mentre dovremmo lasciare spazio anche qui a linguaggi, lotte, azioni e pratiche di questo movimento, perchè siamo tuttu soggettività parte di questo movimento transfemminista. Frasi come il 20 novembre a voi e il 25 a noi non vorremmo proprio mai più sentirle!
Le pratiche antiabiliste si sono perse nel tempo, come la presenza di traduzioni in LIS nelle manifestazioni e programmi che, attraverso la sottotilazione automatica permettono a persone sorde di seguire.Non sempre controlliamo le accessibilità, prevediamo momenti di decompressione, lavoriamo per gruppi di lavoro, approfondiamo i diversi desideri all’azione attraverso le con il funzionamento delle laboratorie tra una nazionale e l’altra. Non sempre documentiamo, raccontiamo, leggiamo insieme, ci diamo tempo.
Per ultimo, ma non meno importante, va detto che fare politica è un impegno, è fatica ma è anche privilegio. Spesso il livello di richiestività del movimento non si concilia con i tempi di vita, quelli del lavoro o della ricerca dello stesso, quelli della cura.
Come intervenire su questo? Ci sono pratiche per fare in modo che chi vive privilegi possa metterli a servizio del movimento? la cassa comune è una strada. Ce ne sono altre?
Cosa dobbiamo cambiare perchè questo spazio sia davvero attraversabile da persone razzializzate, operaie, povere, queer e smetta di essere prevalentemente bianco, borghese ed eterocis e quindi tendenzialmente escudente, ad una per sua percezione esterna escludente. Non appropriarsi di lotte di altre comunità ma fare rete, contaminare e farci contaminare è una strada possibile e negli ultimi mpesi abbiamo sicuramente perso l’occasione di lavorare collettivamente per mantenerle.
Decostruirci nei nostri posizionamenti e nei nostri privilegi. Decostruire la colonialità, il razzismo, il patriarcato, lo specismo che è in noi dovrà andare di pari passo con il costruire forme sempre piu coinvolgenti perchè abbiamo tanta troppa rabbia e desiderio di essere marea, invadere, occupare, transformare, esserci, fare in modo che ci vedano, ci sentano, si vergognino, spariscano!

Quello che pubblichiamo qui è l’intervento che abbiamo fatto domenica mattina in plenaria con le proposte per il percorso verso il 25 novembre
Condividiamo completamente il focus di questa plenaria che vuole riflettere su come le pratiche verso il 25 novembre possano uscire dalla ritualità per costruire un conflitto reale ed operativo contro la violenza patriarcale che non si esprima solo nella manifestazione del 25. Continuiamo a proporre di togliere quel “maschile”che riconosce la violenza di genere come agita unicamente da persone cis assegnate M alla nascita e chiamarla appunto “violenza eterocispatriarcale e macista” ,che riconosce la violenza di genere come agita unicamente da persone cis assegnate M alla nascita.
Ci sono due date molto vicine e con contenuti che si toccano profondamente: il 20 e il 25 novembre. Il 20 manifestiamo per il TDOR il giorno della memoria delle persone trans la cui vita, fatta di mille forme di lotta e resistenza, è stata stroncata dal sistema in mille forme ha fermato e il 25 novembre giornata internazionale contro la violenza patriarcale. Queste due date sono collegate da un filo che il nostro sguardo transfemminista deve tenere ben stretto e tradursi anche in pratiche e possibili azioni comuni
Rispetto alla manifestazione condividiamo e accogliamo entusiastu proposte di iniziative in territori al margine, se proposto dai territori stessi ed iniziative decentrate per renderle accessibili a tuttu.
Una manifestazione centrale porta molte persone a confluire in un unico luogo, ma non porta in piazza tutte quelle persone che, per i più svariati motivi, si trovano impossibilitate a raggiungere geografie lontane dalla propria o ad attraversare un grande corteo. Pensiamo si riesca a coinvolgere un numero maggiore di persone nei vari territori se le manifestazioni, le azioni, i presidi si svolgono a livello territoriale, magari regionale lasciando spazio anche a forme artive e creattive di espressione politica.
Rilanciamo anche la proposta di un’assemblea nazionale on line o in presenza o mista prima del 25 novembre che abbia un focus su giustizia trasformativa contro quella punitiva, carceraria, e giustizia riparativa.
Condividiamo l’appello di Silvia Federici che ci chiama alla riappropriazione della storia delle persone perseguitate per stregoneria e al contrasto alle simboliche rappresentazioni misogine ed etaiste (bruciare/segare la vecchia) che non fanno che normalizzare un genocidio, quelle delle persone ritenute non conformi alle imposizioni del sistema, avvenuto durante l’inquisizione ma che riemerge nella violenza che viviamo quotidianamente. In Spagna si sono attivati processi collettivi. Le streghe non esistono, esistono persone per la maggior parte donne, accusate di stregoneria, vittime di epistemicidio, proprio per i loro corpi che producevano, praticavano e diffondevano i saperi, anche medici e scientifici.
Vorremmo che questo facesse parte del nostro agire nella costruzione del 25 novembre e ci piacerebbe trovasse spazio tra le violenze da segnalare con forza quella delle persone nei loro percorsi di affermazione di genere e transgenere, binari e non binari accogliendo e diffondendo la proposta dal basso della legge che vogliamo fatta da stati genderali. Abbiamo un sogno… che in ogni luogo ci sia il funerale della 164 e abbiamo anche un testo da proporre già sperimentato al PRIOT di Roma.
C’è un grande bisogno di trovare nuove strade, fare rete, condividere esperienze, al di là dell’ abilismo, dello stato di salute, della provenienza geografica, dello stato sociale e del titolo di studio, risvegliare il desiderio di attivismo, perché tutte le soggettività abbiano spazio e parola, rimettersi a fare, oltre che a parlare, far parlare i muri, uscire dalle bolle, riempire le piazze, alzare il conflitto in un mondo che a tutto risponde con repressione e guerre.

