Ripubblichiamo questo articolo dal blog dell’Osservatorio di di NUDM
**Allerta**
I contenuti e le parole di questo articolo sono estremamente sensibili (suicidio, morte, femminicidio,…)
La decisione di pubblicare questa riflessione è mossa dal desiderio di prevenire le condizioni che portano una persona anche molto giovane ad essere indotta a non vedere altro sbocco se non la propria stessa assenza.
Come Osservatorio abbiamo fatto una riflessione su suicidi che, spesso, a distanza di anni, per dettagli investigativi non presi in considerazione o veri e propri depistaggi “diventano” femminicidi, suicidi di persone trans e queer che definiamo suicidi di stato e dell’odio sociale, istigazioni al suicidio basate su motivazioni di genere e patriarcali.
“Occorre iniziare a parlare dei suicidi delle persone transgender come di omicidi di Stato” scrive Camilla Vivian su il fatto quotidiano nell’articolo del 4 novembre 2023.
Ecco noi dell’Osservatorio abbiamo cominciato a farlo da quando esistiamo!
E speriamo che giurisprudenza, istituzioni e il mondo della comunicazione accolgano queste grida! Che si esca dallo stigma, dalle difficoltà e dalla psichiatrizzazione imposta, che si abbia il diritto a case di accoglienza – non più basate sul genere assegnato alla nascita – come prima risposta alle violenze domestiche e sociali, che interventi di sostegno ai percorsi di affermazione di genere siano richiesti e desiderati, che si arrivi a un cambiamento radicale della cultura nella nostra società, alla fine degli attacchi alla comunità LGTNBQIPAKN+ da parte delle destre al governo e del transODIO e della violenza dilagante.
Invece di favorire e promuovere l’educazione alle diversità di genere, l’educazione a relazioni affettive e sessuali basate su consenso e autodeterminazione, il governo emana decreti e leggi tendenti ad impedire che questo si verifichi.
E se di diversità non si può parlare a scuola e men che meno in famiglia, come si può pensare che il bullismo, le discriminazioni, le violenze, le molestie e gli abusi rispetto alle persone trans, non binarie, intersex finiscano?
Basti pensare che uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista Health Services Research e condotto presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston mostra che il 57 percento delle persone della comunità LGBTQIPAKN+ ha fatto esperienza almeno una volta di una discriminazione (anche sul fronte dell’assistenza medica), il 53% di micro-aggressioni, il 51% di molestie sessuali, il 51% di violenza, il 34% di molestie riguardanti l’uso dei servizi igienici.
Un’indagine su oltre 3,700 giovani lesbiche, gay, bisessuali e persone trans nel Regno Unito ha rivelato che 8 su 10 hanno commesso atti di autolesionismo e quasi la metà ha tentato il suicidio.
I risultati evidenziano che se le aggressioni LGBT+ sono diminuite negli ultimi 5 anni, l’impatto sul benessere e la formazione dei giovani resta significativo. Lo studio, realizzato dall’organizzazione Stonewall, rivela che tra le persone trans giovani che frequentano la scuola, uno su dieci (il 9%) ha ricevuto minacce di morte, l’84% di loro dichiara di aver agito autolesionismo e il 45% di aver tentato il suicidio.
In Italia non esistono ricerche sulla popolazione trans e non binaria anche se la visibilità della comunità è aumentata negli ultimi 40 anni. Gli unici dati disponibili sono tratti dalle persone che si rivolgono ai centri per i percorsi di affermazione di genere.
Si stima interessi lo 0,5-1% della popolazione generale, quindi circa 500mila persone, contro una diffusione dello 0,002-0,005% negli anni ’80.
E questi sono dati ovviamente di massima visto che tante persone non riescono o decidono di non accedere a questi centri sia per questioni economiche che per questioni di distanze o di inesistenza dei servizi nel loro territorio, sia per scelta perché contro la psichiatrizzazione e patologizzazione della propria esistenza.
Le vite che vi raccontiamo valgono più di ogni nostra interpretazione e ci arrivano da molto lontano nel tempo:
• 1353, Venezia. Rolandina, giovane donna trans vende uova in giro e vuole aprire una bottega tutta sua. Per questo fa anche lavoro sessuale. È amata e rispettata. Poi un giorno arriva una denuncia per sodomia e sorge il sospetto che la giovane sia trans. Inizia così un processo perché a Venezia la sodomia è reato (questa la parola che si usava per tutte le diversità e anche per rapporti anali etero) che si conclude con la sua messa al rogo. Rolandina è la prima trans documentata nell’occidente cristiano.
• 1591 XICA Manicongo: La storia di Xica inizia nel 1591, quando l’Inquisizione portoghese arrivò a Salvador de Bahía. Xica vestiva infatti in modo non accettato dalla colonizzazione e fu denunciata, perseguitata e costretta a vestire come un “uomo” come unica possibilità di non bruciare sul rogo. Il suo nome originale fu cancellato e sostituito con “Francisco” al momento del suo battesimo. “Manicongo” era un titolo dato ai governanti del Regno del Congo, ma i portoghesi lo trasformarono in un termine generico per indicare le persone ridotte in schiavitù provenienti da quella regione. Più di 400 anni dopo, la comunità trans di Rio de Janeiro ha riscoperto la sua storia, ribattezzandola Xica, un nome che riflette chi era, non ciò che fu costretta a diventare. Veterane della scuola di samba, persone cresciute in un mondo in cui il nome di Xica non veniva mai pronunciato, ora indossano con orgoglio l’azzurro, il rosa e il bianco della bandiera trans.
I transcidi e la morte per suicidio delle persone trans e non binarie sono omicidi sociali, di cui tuttə siamo complici o spettatorə. Per questo nell’osservatorio di NUDM usiamo spesso la perifrasi “suicidatə dallo stato e dall’odio sociale”.
Il suicidio di Cloe Bianco, 58 anni, avvenuto il 15 giugno 2022 è stato un chiaro segnale di quanto la discriminazione, la marginalizzazione e la violenza sistemica siano fattori che contribuiscono alla decisione di togliersi la vita.
Sul suo blog Cloe aveva scritto: «Oggi la mia libera morte, così tutto termina di ciò che mi riguarda.
Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato, porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Cioè il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto. Addio. Se mai qualcuna o qualcuno leggerà questo.”
Nel 2015 Cloe si presenta in abiti femminili nell’Istituto in cui prestava servizio come supplente a San Donà di Piave (Venezia) decidendo di vivere ed esprimere pubblicamente la sua identità. 3 giorni di sospensione e spostamento a lavori di segreteria sono la risposta immediata della dirigenza, scelta che un anno dopo viene confermata con un provvedimento di “desmansionamento”
Nel 2018 aveva presentato due ricorsi contro l’Ufficio scolastico di Mestre per discriminazione impugnando le decisioni dell’Ufficio scolastico regionale e presentando due ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica contro il Ministero dell’Istruzione. Recentemente, a gennaio 2026 la notizia che il Consiglio di Stato ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da Cloe. Nel linguaggio giuridico in effetti la sentenza riconosce la sua identità trans, come lei aveva chiesto, in vita e oltre la vita. Ma è un riconoscimento che non fa giustizia ma soprattutto che non evidenzia le responsabilità inequivocabili della sua marginalizzazione nel suo posto di lavoro, nelle relazioni sociali, nel territorio che attraversava, nei percorsi in cui siamo costrettx in quella che è la nostra autodeterminazione di genere.
La storia si ripete. Anche la Procura di Belluno infatti aveva aperto un fascicolo contro ignoti e senza ipotesi di reato dopo il rogo del camper. Ma, esclusa immediatamente la pista di femminicidio, non ha tenuto presente la tesi che il suicidio di Cloe Bianco sia stato provocato da pressioni esterne stabilendo che “nessuno può essere incolpato per la morte” di Cloe, che avrebbe deciso da sola di porre fine alla sua vita come se non fossero assolutamente visibili le responsabilità delle istituzioni che hanno portato al suo gesto.
Non vogliamo e non possiamo dimenticare! E continueremo a gridare “la rabbia di Cloe brucia ancora, resistenza trans in ogni scuola!”
E quanta responsabilità e quanto si debba parlare di suicidi indotti, veri e propri atti di Resistenza e di lotta, ce lo raccontano le storie di altre persone trans.
Vogliamo raccontarvene alcune di queste storie:
• Nicole, 22 Agosto 2014, Avenza (Carrara), 37 anni. E ad ucciderla per la seconda volta non sono solo le istituzioni, i tribunali, i consigli di stato, i ministeri e le istituzioni in genere ma spesso anche quella che viene evocata dalla destra nel suo slogan preferito: Dio, padre e famiglia! Sì, proprio la famiglia che la veste da uomo con il suo nome maschile assegnato alla nascita sulla bara, sulla lapide e sui manifesti mortuari. Nicole per noi è ancora viva!
Lo stesso succede ad Irma detta “La dolce”, originaria di Pietrasanta (Lucca), scomparsa per un infarto all’età di 66 anni. “Apparteneva a una famiglia davvero molto ricca. Tutti la conoscevano come Irma, abitava a Torre del Lago, ma quando andava a trovare l’anziana madre si vestiva da uomo. Quando la mamma morì, Irma confessò che per lei era iniziata la vita. Poteva essere se stessa, sempre. Poi morì per infarto e la sorella, che pure sapeva, le fece un funerale anonimo, privato, e la vestì da uomo. Fu una cattiveria per tutelare l’ipocrisia della famiglia ricca.
E poi Gianna, 49 anni, nel 2021 ad Andria, muore dopo una caduta per le scale nel luogo precario in cui abitava. “Con la sua dipartita cadono il muro di pregiudizi nei suoi confronti e la cultura dello scarto» racconta sui social la sindaca Giovanna Bruno. E la sorella di Gianna, Natalina: «Ora non servono più le parole, perché quando ha chiesto aiuto le sono state sbattute in faccia tante porte, anzi portoni» scrive. Ancora una volta una storia di marginalizzazione causata dalle discriminazioni di genere, ancora una volta una fine tragica e annunciata ed ecco che non sono più solo i giornali, è la sua stessa famiglia a cui fa vergogna la sua vita ad utilizzare per i cartelli che ne annunciano la scomparsa il nome assegnato alla nascita che lei aveva deciso di cambiare aggiungendo violenza a violenza. Ed è Taffo, l’agenzia funeraria di Roma, a restituirle il nome sui manifesti e ricordarla con il nome di Gianna dandole un rispettoso ultimo saluto”.
• Leelah Alcorn, ragazza trans USA,28 dicembre del 2014. Pubblica una lettera d’addio sul suo blog su Tumblr, descrivendo le norme sociali che colpiscono le persone trans e esprimendo la speranza che la sua morte possa creare un dialogo sulla discriminazione, l’abuso e la mancanza di sostegno che si vive.
• Samuelle Daves, 41 anni, Riva del Garda attivista trans morta suicida al suo 41esimo compleanno, nel 2015. Era ospite fissa sulle poltrone del programma “Grand Hotel” condotto da Piero Chiambretti. Aveva, un anno prima della sua decisione di lasciarci, presentato al Tribunale di Rovereto la richiesta di iscrizione con il nome da lei scelto. «Ho appena compiuto 40 anni e, dopo un lungo percorso volto al definitivo riconoscimento del mio essere donna, anima e corpo, per il mio compleanno ho deciso di cambiarlo. Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non mi sia sentita femmina. Durante il periodo universitario divenni rappresentante degli studenti ma dovetti scontrarmi con i militanti di un movimento di destra, che chiesero le mie dimissioni quando vennero a sapere che frequentavo un ragazzo. Nel 1999 mi laureai e dovetti fare i conti con parte della famiglia, che voleva che “smettessi di giocare”. Mi trasferii a Milano dove all’inizio vissi una vita staccata dal mondo reale, parallela. Ancora oggi subisco però discriminazioni. La variazione del nome nasce dal bisogno di rispettare la mia persona che deve essere riconosciuta per quel che è. Dentro e fuori. Dunque, nomen est omen.”
Ma il giorno del suo 41 compleanno, a un anno dalla richiesta di cambio del nome ci ha lasciati. La sua è stata una battaglia per i diritti e il rispetto della diversità, ha voluto fare di un gesto privatissimo un fatto politico e una denuncia pubblica.
• E come per tanti femminicidi che dopo anni si scopre non siano suicidi da archiviare anche Carolina Gurumendi, donna trans, 34 anni, proveniente dall’Ecuador, viene suicidata il 9 dicembre 2016. La differenza è che per le persone razzializzate, che svolgono o hanno svolto lavoro sessuale (doppio stigma) nonostante abbiano segni che potrebbero far pensare alla necessità di ulteriori indagini come possibili transcidi (era ferita alla testa, avvolta in una coperta, vicino al corpo c’erano delle siringhe e il suo “fidanzato” era stato già denunciato e processato per stalking proprio da Carolina) quasi sempre si procede all’archiviazione. Le notizie spariscono dai giornali, spesso le famiglie sono lontane, in altri paesi e non possono permettersi di pagare avvocatx per richiedere la riapertura dei casi. “Lavorava come badante” – dice una parente – ma per i giornali è una prostituta, pubblicano il suo dead name e persino il suo indirizzo.
Nella gerarchia del valore delle vite “per loro” non merita approfondimenti e seguimento come del resto fanno le indagini che si chiudono con “morte naturale dovuta a malore”.
• 2019 Jessica Lowe, una ragazza inglese che all’età di sette anni sosteneva di essere una bambina. Così, quando di anni ne aveva quindici, la ragazzina è stata accompagnata al Tavistock and Portman Centre, l’istituto fiore all’occhiello della sanità britannica. Ne è seguito l’avvio di un “trattamento” che prevedeva un’attesa di circa due anni, un tunnel che, unitamente a tutta una serie di effetti collaterali sul versante sanitario, ha portato Jessica al suicidio. Ma il suo suicidio è stato strumentalizzato da Provita e destra e il fatto che fosse stata costretta a rivolgersi a un sito online per il suo percorso di affermazione di genere negato nei fatti da troppe attese dal servizio sanitario pubblico si risolve in un attacco ai percorsi che dovrebbero essere invece garantiti all’infanzia trans.
• E poi Sasha, 15 anni, il 9 giugno 2022 ragazzo trans suicidato. Vicino da poco al mondo del Pride e dell’attivismo. All’ultimo evento organizzato dal Catania Pride aveva scelto di essere presente e in prima persona come volontario e ha aiutato nel sistemare e montare tutto per l’attività. Lu compa hanno avuto modo di parlare con lui, di conoscerlo e sentire la sua storia. La notizia del suo suicidio ha colpito tutta la comunità e, in merito alla sua identità, leggere sui giornali e sulla stampa locale di “una ragazzina” fa veramente rabbia. Lui era un ragazzo, e il suo nome era Sasha e come tale va ricordato. Sasha suicidato dallo stato e dall’odio sociale
• E Chiara, il 27 ottobre 2022 a Pisciuola, Napoli. Siamo di fronte ad un altro suicidio di stato. Chiara è una ragazza trans, ha 19 anni. A 17 anni si era rivolta al numero verde contro l’ omotransfobia per raccontare la violenza, il bullismo e l’emarginazione che subiva per aver deciso di affermare la sua identità. «A volte mi chiedo – scrisse Chiara in una lettera – cosa ci sia di sbagliato in me. In fondo sono sempre un essere umano. Io mi sento una donna, vorrei riconoscermi, vestire al femminile e non da maschio, vorrei avere più spazio, essere tranquilla e non avere paura. Mi sento in un labirinto senza uscita». Chiara non c’è più per la non accettazione della famiglia, il bullismo a scuola che l’aveva portata a lasciare gli studi, l’assenza di protocolli di protezione, la mancanza di comunità per persone minori trans qualsivoglia sia il genere assegnato alla nascita, la paura di incontrare operatorx impreparati ad accogliere le identità senza pregiudizi.
• 11 Novembre 2023, Un ragazzo di 13 anni si suicida a causa dell’odio sociale, dei commenti omofobi di studenti della nella scuola Vittorio Emanuele Orlando a Palermo. Aveva cambiato scuola ma né nella vecchia, né nella nuova probabilmente è mai stato fatto un lavoro di educazione alla diversità e per lo sradicamento reale delle norme eterocis imposte dal sistema. Invece di favorire e promuovere l’ educazione alle diversità di genere, l’educazione a relazioni affettive e sessuali basate su consenso e autodeterminazione, il governo emana decreti e leggi tendenti ad impedire che questo si verifichi (vedi l’ultimo decreto a firma Valditara). E se di diversità non si può parlare come si può pensare che il bullismo, le discriminazioni, le violenze, le molestie e gli abusi rispetto alle persone trans finiscano e che quindi non ci sia una sofferenza notevole non certo dovuta al fatto di essere una giovane persona trans ma piuttosto alle reazioni che a queste espressioni di genere ci sono. Responsabili di quelle parole che hanno fatto tanto male non sono solo “i compagni di scuola” ma questo tutto che siamo. L’intera comunità è responsabile di queste morti poiché l’odio sociale pesa sulle nostre vite e in ogni scelta, strada e spazio che attraversiamo e abitiamo. E non servono a nulla il carcere, le sospensioni, le punizioni, i metal detector se non cominciamo a costruire una giustizia trasformativa che impedisca che altre persone adolescenti non ci siano più. Perché mai più si ripeta!
• Nicole, ragazza trans suicida, 2023. La ricordiamo con le parole della madre “Nicole sin da bambina ha dovuto affrontare insulti dolorosi. Desiderosa di integrarsi ed essere accettata, si era imposta in principio di adottare un comportamento in linea con il genere assegnato alla nascita, facendo del suo meglio per conformarsi agli stereotipi maschili. La sua lotta silenziosa è diventata sempre più difficile, e la ricerca di un’accoglienza autentica è diventata un cammino doloroso. Spesso gli uomini la trattavano come un oggetto sessuale senza alcuna gentilezza o pudore. Questo contribuiva a una sensazione di solitudine e disperazione che si rifletteva nelle sue ultime parole struggenti, quelle che ci ha lasciato prima di compiere il suo gesto estremo non dimenticandosi di dire a noi e agli amici veri che ci ama. Ora che Nicole non c’è più noi sentiamo il dovere di risarcirla continuando a lottare per lei e per le persone che,come lei, non si sentono accolte e comprese. Noi speriamo che la storia e la morte di Nicole possano ispirare cambiamenti positivi nell’atteggiamento della società verso le persone trans”.
• E che sia lo stigma sociale e gli attacchi istituzionali alla comunità a incentivare le violenze è mostrato dalla storie di Nex Benedict ragazzx non binarix suicidatx dall’odio sociale e di stato negli stati uniti nello stato di Oklaoma l’8 febbraio del 2024. La madre ha dichiarato che Nex è stat bullizzatx per oltre un anno nella sua scuola. Nel 2022 l’Oklahoma si è distinto per essere il primo stato negli USA a proibire l’uso del genere non binario nei certificati di nascita. Allu studentx è proibito usare un bagno che non corrisponda al genere assegnato alla nascita e alle persone minori vengono vietati percorsi di affermazione di genere.
La legge presentata per il 2024 in USA per i curricoli delle scuole pubbliche descrive il genere come un carattere biologicamente immutabile e vieta il cambio di genere nei certificati di nascita, il divieto di usare nomi e pronomi di elezione.
• Il 27 maggio 2024, Federico, un ragazzo trans si è suicidato dopo essere stato violentato in ospedale a Vizzolo Predabissi. «Tutti i giornali l’hanno chiamato “donna” e l’hanno identificato con i suoi vecchi pronomi femminili», hanno denunciato le persone a lui vicine. Non è l’unico caso di narrazione non rispettosa delle identità, come già avvenne per #CloeBianco.
Citiamo a questo proposito questa frase di Elena Miglietti di Giulia giornaliste: «Penso non sia una questione di aggiornamento, se non lo fai è perché vuoi parlarne in quel modo. Ed è così che il linguaggio diventa politica».
• 2025, 6 gennaio Giorgio Marziani, a Caserta 14 anni, suicidio indotto da transodio, discriminazioni di genere e bullismo
• 2025, 27 gennaio Elisa Rae Shupe,USA: la prima persona non-binary negli Stati Uniti ad ottenere il cambio del proprio indicatore di genere sui documenti, è stata trovata nel parcheggio di un ospedale specializzato nell’assistenza a veteranx di guerra, il corpo ancora avvolto nella sua bandiera trans. Fin dall’infanzia ha subito abusi a scuola. La madre in particolare riservava alla sua persona violenza verbale e insulti omofobici. La sua storia si distingue per la strumentalizzazione dei gruppi conservatori antitrans, i quali hanno sfruttato il suo caso e la sua fragilità per portare avanti teorie pseudoscientifiche sulla detransizione di genere. La vittoria di Trump però, e la sua firma sull’ordine esecutivo che mira a cancellare le identità trans e non binarie dalla carta dei diritti negli Stati Uniti, hanno rappresentato l’ultimo colpo per il suo equilibrio, che alla fine l’ha spintx a salire all’ultimo piano di quel parcheggio. Shupe aveva spedito via mail una lettera d’addio che i media mainstream hanno cercato inutilmente di ignorare o silenziare.
“ Vaffanculo America! Non voglio il tuo odio. Non voglio le decorazioni militari e le medaglie che mi hai conferito.
Non voglio altri ricoveri in reparti psichiatrici per tenermi in vita in una nazione che disprezzo.
Non voglio essere sepoltx in nessun luogo sul suolo americano.
Voglio che le mie ceneri siano disperse in acque internazionali e voglio che a disperderle sia solo mia moglie.
Non voglio la vostra bandiera. La mia morte non è una resa. La mia morte come parte della popolazione transgender non significa che avete vinto. Segna solo la fine della nostra relazione.
Questa non è la terra della libertà. L’odio, dimostrato fin troppo spesso, cancella ogni pretesa di grandezza passata. Siete un pozzo nero di fanatici che adorano un dio che non esiste e non è mai esistito. Godetevi la vostra nuova famiglia reale e il vostro dittatore. Mi rifiuto di partecipare ulteriormente. L’uomo bianco ha decimato e massacrato le popolazioni indigene sulle terre che ora chiamate America. Non potete cancellare le persone non binarie e transgender perché ogni giorno ne nascono altre.”
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14 febbraio 2025: Come non ricordare Sam Nordquist, un ragazzo di 24 anni molto attivo nell’assistenza alle persone disabilizzate nello Stato di New York. Viveva esposto a discriminazioni multiple: era trans, era una persona nera, aveva un corpo grasso. Era scomparso a Capodanno senza lasciare traccia. Moltissime le richieste disperate della madre e della famiglia per avere sue notizie. Il giorno di San Valentino viene ritrovato morto. Era stato rapito e torturato brutalmente tanto che la madre lo riconosce solo dai tatuaggi. Attualmente sono sotto accusa cinque persone, tutte già arrestate. I motivi sono da ricollegare all’identità di genere di Sam e si chiamano transodio. Persone normalissime che diventano paladine dell’ordine sbraitato da Trump e dai suoi cortigiani.
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2025, 19 marzo, Sesto San Giovanni (Milano), Alexandra Garufi, 21 anni. la Procura di Monza ha aperto un fascicolo di inchiesta per omessa custodia di arma da fuoco e istigazione al suicidio riguardo alla morte di Alexandra,tiktoker che raccontava online il percorso alla scoperta della propria identità di genere. Violenze verbali continue sul suo profilo social.
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21 luglio 2025,Thiago Elar, tiktoker trans, 27 anni.“Cause naturali”, secondo la stampa nazionale che continua tra l’altro ad usare il suo dead name. Morte indotta dall’abbandono, dalle discriminazione, dal transodio sociale diciamo noi. Nei suoi video, condivideva la propria storia: un racconto fatto di sofferenze, ma anche di resistenza, battaglie più o meno silenziose e il desiderio di essere riconosciuto per quello che era. Un desiderio che spesso si è scontrato con un senso di invisibilità e negazione. Accorati gli appelli d’aiuto. Dai suoi racconti social era emerso un rapporto difficile con la famiglia che, diceva, lo aveva abbandonato. Chiedeva di essere chiamato con il suo nome di elezione, Chiedeva amore, riconoscimento e libertà. “Sto qui da un anno e quattro mesi. Qui mi stanno accoppando. Io non ce la faccio più…”, aveva confidato in uno dei suoi ultimi video.
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Paolo, 11 settembre 2025, 14 anni, a Santi Cosma e Damiano (Latina)si è suicidato proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto ricominciare ad andare a scuola perché vittima di bullismo. Paolo è stato ucciso da una cultura dell’odio che ancora troppo spesso viene tollerata, minimizzata, e addirittura veicolata da esponenti di destra che stanno nelle istituzioni. “Anche la prof mi bullizza” aveva scritto.In procura a Cassino è aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. E intanto la dirigente dell’istituto viene sospesa, con un provvedimento del ministero, per tre giorni. L’indagine interna nella scuola avviata dagli ispettori del ministero ha messo in rilievo che ci sono state omissioni e bugie da parte dell’istituto Pacinotti e adesso si attende la decisione da parte dell’ufficio regionale scolastico su per altri due procedimenti disciplinari chiesti, oltre che per la dirigente scolastica, anche per la vicepreside e per la responsabile della succursale. “Le insegnanti di Paolo sono delle grandissime bugiarde”, aveva detto il padre Giuseppe Mendico, il 29 dicembre 2025 a Repubblica. “Ci sono delle chat – aggiunge – che parlano proprio dell’ultimo episodio in cui Paolo è stato sbattuto al muro. Quelle chat inchioderanno le insegnanti”. L’indagine interna nella scuola avviata dagli ispettori del ministero ha messo in rilievo che ci sono state omissioni e bugie da parte dell’istituto Pacinotti e adesso si attende la decisione da parte dell’ufficio regionale scolastico su per altri due procedimenti disciplinari chiesti, oltre che per la dirigente scolastica, anche per la vicepreside e per la responsabile della succursale. E poi ci sono i casi velocemente archiviati come suicidi ma il cui contesto continuerebbe a richiedere approfondimenti di indagini
• 5 aprile 2023, Janaina, Piacenza, 24 anni, trovata impiccata sul balcone. L’unico articolo emerso sul caso parla di una “persona di 24 anni di nazionalità straniera”. Poi il silenzio scende e non va oltre un trafiletto di 3 righe. Non si sa né il cognome né altro se non che il caso è stato velocemente e, come spesso accade, archiviato come suicidio.
• 25 maggio 2023, Rimini. Bruna Cancio Dos Santos “caduta dal balcone” del residence in cui viveva, intestato ad altra persona. Aveva addosso solo una canotta e dei tagli sulle braccia. Una delle finestre di casa è stata trovata rotta e i vetri erano sparsi dappertutto. Bruna era arrivata dal Brasile da un anno. Nei giornali leggiamo: “caduta dal balcone trans”, “la trans”, “la transessuale morta”, “la sudamericana”, “la transessuale”, “esercitava la prostituzione”. Normalmente una persona che voglia suicidarsi lo fa aprendo le porte del balcone o no? La famiglia di Bruna, dal Brasile, oltre a richiedere la restituzione della salma,per cui è stata organizzata una raccolta fondi senza alcun aiuto da parte istituzionale, ha continuato a richiedere che le indagini potessero continuare perché hanno detto che “Bruna non era né depressa né aveva mai manifestato desideri suicidi”. Anche in questo caso, i risultati di autopsia e indagini non vengono diffusi a mezzo stampa e non si sa più nulla, come spesso purtroppo succede in caso di persone trans, razzializzate e sex worker.
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Le persone trans nei titoli di giornale e negli articoli sono spesso misgenderate e perdono il loro nome, che viene invece sostituito da definizioni che rimandano male o in maniera sensazionalistica alla loro identità di genere o ai luoghi di provenienza. Il 17 giugno 2023 Roma Today esce con un titolo vergognoso: “Il cadavere di un uomo con la parrucca da donna …” per raccontare di una persona trans uccisa a Roma. Si aggiunge solo “30-35 anni, di origine nordafricana”. È stata ritrovata nel parco Madre Teresa di Calcutta in via delle gardenie, chiamato anche il parco dell’amore. Due giorni prima nello stesso luogo un’altra donna trans, sex worker, era stata aggredita ma era riuscita a salvarsi. Anche su questo caso non si hanno notizie di ulteriori indagini, né si indaga sul nome.
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9 febbraio 2026, Vittoria, Ragusa ragazza trans suicida Una ragazza trans di 14 anni l’hanno indotta al suicidio, la famiglia la rifiutava e a scuola subiva bullismo. Il suo nome è Beatrice e cosi la nominiamo e la ricordiamo perché mai più si ripeta.
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Catania aprile 2026: Claudia si toglie la vita. A scuola la bullizzavano “Sei maschio o femmina? Grande la reazione della componente studentesca nella manifestazione del 20 aprile. Parole di insegnamento a tutta la comunità mentre la dirigente della scuola superiore non assume nessuna responsabilità e chiude i cancelli della scuola invece di aprirli alla riflessione e al dialogo con chi quella scuola la frequenta con chi in quella scuola è profondamente toccatx dalla storia di una ragazza che in quella scuola non ha trovato la strada per continuare a vivere.
Qui il podcast pubblicato da TRANSfemmINOnda della manifestazione di Catania del 20 aprile organizzata dalle assemblee studentesche della città.
E sui tribunali anche si dovrebbero accendere i fari. Noi dell’Osservatorio NUDM siamo persone che non credono che siano le pene e il carcere a modificare la melma patriarcale che sta alla base di questa violenza ma non possiamo non notare che non c’è stato ergastolo per Cristian Losso, ex bancario di 43 anni, cliente di Alves Rabacchi, trans ed escort di origine brasiliana uccisa il 20 luglio in via Plana a Milano con decine di coltellate.
Condannato a 18 anni (sentenza Corte d’appello 2022) in quanto sono state riconosciute le attenuanti generiche “l’incensuratezza dell’imputato”, “la sua immediata ammissione di colpa” e “le osservazioni sulla sua personalità”. Il consulente tecnico, pur ammettendo che l’assassino fosse perfettamente capace di intendere e di volere, aveva tracciato il ritratto di una personalità narcisistica e istrionica con un disturbo cronico causato da abuso grave di alcol, cocaina e psicofarmaci, tanto che nelle motivazioni della sentenza si legge che “occorre considerare lo stato di grave malessere in cui versava l’imputato”.
Ancora e sempre le vite non hanno lo stesso valore né quando si agisce la violenza né quando la si subisce.
E vogliamo concludere con la pubblicazione dei risultati di queste ricerche significative rispetto alle affermazioni che in questo nostro articolo vengono sostenute:
1. Studio del Williams Institute della UCLA School of Law pubblicato sulla rivista rivista Psychiatry Research agosto 2023. I dati esaminati sono quelli della Transgender Population Health Survey degli Stati Uniti.
• 81% di persone adulte transgender ha preso in considerazione il suicidio contro il 35% di persone adulte cis.
• 42% delle persone adulte trans hanno tentato il suicidio, rispetto a solo l’11% di quelle cis.
• il 56% delle persone adulte trans ha praticato autolesionismo, rispetto al 12% di quelle cis.
• il 17% delle donne trans e il 25% degli uomini trans hanno riferito di essere a rischio alcolismo, la percentuale sale al 45% tra le persone trans non binarie.
• il 33% delle donne trans e il 18% degli uomini trans hanno riferito di fare un uso problematico di droghe, la percentuale schizza al 42% tra le persone trans non binarie.
• L’82% degli adulti trans ha affermato di aver cercato un trattamento per la salute mentale, rispetto a solo il 47% degli adulti cis.
• Gli adulti trans non binari hanno riportato un consumo di droghe più problematico, più disagio psicologico, più ipotesi di suicidio e più autolesionismo rispetto agli uomini trans, con tassi da tre a sei volte superiori a quelli degli uomini trans.
Le persone trans hanno affermato di avere una probabilità significativamente maggiore di sperimentare una cattiva salute mentale durante la loro vita rispetto alle persone cis.
Uno degli autori dello studio, Ilan H. Meyer, ha affermato: “La mancanza di riconoscimento sociale e accettazione delle identità di genere al di fuori del binarismo uomo/donna cisgender e l’aumento degli attacchi politicamente motivati contro gli individui transgender aumentano lo stigma e il pregiudizio e la relativa esposizione alle minoranze, che contribuisce agli alti tassi di uso di sostanze e suicidi che vediamo tra le persone transgender”.
2. Studio del maggio 2023 di The Trevor Project, organizzazione che lavora nel prevenire i tentativi di suicidio tra i giovani LGBTQ+. Trevor Project ha intervistato più di 60.000 giovani trans e non binari di età compresa tra 13 e 24 anni. Ha analizzato la loro salute mentale tra il 2018 il 2022, un periodo in cui 19 governi statali USA hanno promulgato 48 leggi pensate per le persone trans, leggi che prevedevano restrizioni all’assistenza sanitaria in caso di percorso di affermazione di genere o leggi che impedivano a studentx trans di giocare nelle squadre sportive scolastiche. «Abbiamo riscontrato un aumento molto netto e statisticamente significativo nei tassi di tentativi di suicidio dopo l’emanazione delle leggi», spiega Ronita Nath, tra gli autori dello studio. Un piccolo aumento è stato osservato negli Stati in questione subito dopo l’emanazione delle leggi e un aumento consistente è stato rilevato a due o tre anni di distanza. Tra le persone trans tra i 13 e i 17 anni la probabilità di un tentativo di suicidio a due anni dall’entrata in vigore di una legge anti trans è più altra del 72%.
Per come è strutturato, lo studio non si limita a mostrare solo una generico collegamento tra le leggi discriminatorie e un aumento dei suicidi, ma è in grado di fornire forti prove del fatto che sono proprio le leggi a causare questi tentativi di suicidio. «le persone giovani trans e non binarie non sono intrinsecamente inclini a un rischio di suicidio più elevato a causa della loro identità di genere», spiega la dottora Brittany Charlton della Harvard Medical School, «Sono esposti a un rischio più elevato a causa del modo in cui vengono maltrattati e stigmatizzati dagli altri, anche tramite l’implementazione di politiche discriminatorie come quelle esaminate nello studio». Questo, si spera, avrà un impatto nella decisione della Corte Suprema che sarà presto chiamata a esaminare il primo caso che prende in considerazione il divieto di assistenza durante la transizione per persone minori trans.
Tra le persone giovani trans e non binarie:
• I tassi di ansia e depressione erano, in media, del 18,5% più alti
• Il 64% delle persone giovani trans e non binarie ha riferito di essersi sentito discriminat nell’ultimoanno a causa della propria identità di genere
• il 27% ha riferito di essere stat fisicamente minacciat nell’ultimo anno a causa della propria identità di genere.
• Il 66% ha affermato che le leggi omobitransfobiche hanno influito negativamente sulla loro salute mentale
• il 41% dei giovani LGBTQ+ d’America aveva dichiarato di aver preso seriamente in considerazione il suicidio nell’ultimo anno.
• Tra le persone intervistate, coloro che si sono identificatx come trans, non binarix e/o persone di colore hanno riportato tassi più elevati di ideazione suicidaria rispetto ai coetanei.
• Il “Clinical social worker Caitlin Ryan’s Family Acceptance Project” della San Francisco State University ha condotto il primo studio sugli effetti dell’accettazione da parte della famiglia sulla salute ed il benessere dei giovani LGBT+, tra cui il suicidio, il virus dell’HIV/AIDS e la condizione di “senza fissa dimora”. La loro ricerca dimostra che i giovani LGBT+ che sperimentano alti livelli di rifiuto da parte delle loro famiglie durante l’adolescenza (se confrontato con quei giovani che hanno sperimentato poco o nessun rifiuto da parte dei genitori e gli operatori sanitari) erano più di otto volte sottoposti alla probabilità di aver tentato il suicidio, più di sei volte propense a denunciare alti livelli di depressione.
articolo di Mari Casalucci, 9 giugno 2026

